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today18 Dicembre, 2025
Lo scontro tra Washington e la Corte penale internazionale entra in una nuova fase. L’amministrazione Trump ha annunciato sanzioni contro due giudici dell’organismo giudiziario con sede all’Aja, accusati di aver preso di mira Israele respingendo un ricorso contro l’indagine sui presunti crimini di guerra nella Striscia di Gaza. La decisione segna un’ulteriore escalation nei rapporti tra Stati Uniti e giustizia internazionale e rilancia il dibattito sul ruolo della Corte nei conflitti contemporanei.
Ad annunciare il provvedimento è stato il segretario di Stato Marco Rubio. I due magistrati colpiti, provenienti dalla Mongolia e dalla Georgia, avevano confermato i mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. Una scelta che, secondo Washington, rappresenterebbe un abuso di potere da parte della Corte penale internazionale e una violazione dei limiti della sua giurisdizione.
Secondo l’amministrazione Trump, la Corte penale internazionale non avrebbe alcuna autorità per indagare su Israele, Paese che non ha aderito allo Statuto di Roma. Le sanzioni mirano dunque a colpire direttamente i giudici ritenuti responsabili di una decisione giudicata politica e ostile a un alleato strategico degli Stati Uniti.
La reazione dell’Aja è stata immediata. In una nota ufficiale, la Corte penale internazionale ha definito le sanzioni “un flagrante attacco all’indipendenza di un’istituzione giudiziaria imparziale”. Secondo l’organismo, colpire i magistrati per le loro decisioni costituisce un precedente pericoloso che rischia di minare l’intero sistema di giustizia internazionale.
Il contrasto tra le due posizioni evidenzia una frattura profonda tra chi difende il principio della responsabilità penale internazionale e chi rivendica la centralità della sovranità nazionale.
Al centro dello scontro tra Stati Uniti e Corte penale internazionale c’è l’indagine sui presunti crimini di guerra commessi durante le operazioni militari israeliane a Gaza. I giudici dell’Aja hanno respinto il ricorso presentato da Israele, confermando la validità dei mandati di arresto nei confronti di Netanyahu e Gallant.
Israele ha sempre contestato la legittimità della Corte penale internazionale, sostenendo che il proprio sistema giudiziario sia in grado di indagare autonomamente sulle condotte delle forze armate. La conferma dei mandati ha però rappresentato un punto di rottura, spingendo Tel Aviv a chiedere un sostegno politico esplicito agli alleati.
Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha ringraziato pubblicamente Washington, definendo le sanzioni una “chiara posizione morale”. Una dichiarazione che sottolinea come il caso giudiziario sia ormai diventato anche un terreno di scontro politico e diplomatico.
Lo scontro con la Corte penale internazionale non è una novità per Donald Trump. Già durante il suo primo mandato, gli Stati Uniti avevano adottato misure punitive contro funzionari della Corte coinvolti in indagini sui crimini commessi in Afghanistan, che potevano riguardare anche militari americani.
Gli Stati Uniti non sono membri della Corte penale internazionale e da tempo contestano la possibilità che un organismo sovranazionale possa esercitare giurisdizione su cittadini statunitensi o su alleati stretti. Le nuove sanzioni confermano una linea politica improntata al rifiuto del multilateralismo giudiziario e alla difesa degli interessi strategici americani e israeliani.
Questa impostazione, tuttavia, ha spesso isolato Washington rispetto a molti partner europei, tradizionalmente più favorevoli al ruolo della Corte.
Le sanzioni contro i giudici della Corte penale internazionale sollevano interrogativi rilevanti sul futuro della giustizia internazionale. Colpire magistrati per decisioni adottate nell’esercizio delle loro funzioni rischia di creare un precedente che altri Stati potrebbero sfruttare per intimidire o delegittimare l’azione della Corte.
Dal punto di vista politico, la mossa rafforza l’asse tra Stati Uniti e Israele, ma rischia di accentuare le tensioni con l’Unione europea e con quei Paesi che vedono nella Corte penale internazionale uno strumento essenziale per la tutela dei diritti umani e del diritto umanitario.
In un contesto globale segnato da conflitti e accuse di crimini di guerra, il caso mette in luce la fragilità dell’ordine giuridico internazionale. Lo scontro tra Washington e la Corte penale internazionale diventa così emblematico delle difficoltà nel far rispettare norme comuni in un sistema internazionale sempre più frammentato.
Scritto da: Matteo Respinti
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