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today8 Maggio, 2026
La crisi di Hormuz non sta modificando soltanto gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. Secondo diversi analisti, il blocco dello stretto e l’instabilità energetica globale stanno cambiando anche il modo in cui governi, industrie e cittadini guardano alla transizione energetica. In questo scenario, auto elettrica, elettrificazione e autonomia energetica diventano sempre meno strumenti ambientali e sempre più strumenti strategici.
Lo Stretto di Hormuz è infatti uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta: attraverso questo corridoio transitano circa il 20% del petrolio mondiale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Ogni tensione militare nell’area produce effetti immediati su carburanti, trasporti, assicurazioni marittime e prezzi dell’energia.
Secondo Giuseppe Sabella, direttore di Oikonova, la crisi di Hormuz rappresenta un “punto di non ritorno” per il sistema energetico globale. Il motivo è legato alla crescente vulnerabilità delle rotte marittime energetiche.
Sabella richiama il concetto di “chokepoints”, i punti di strozzatura strategici del commercio globale. Oltre a Hormuz, rientrano in questa categoria Suez, Bab el-Mandeb, Malacca e Formosa. Quando uno di questi snodi entra in crisi, l’effetto si trasmette rapidamente all’economia mondiale.
«Il fossile non è più soltanto una commodity energetica: è diventato un rischio logistico, militare e geopolitico», spiega Sabella. La conseguenza è che petrolio e gas non vengono più percepiti esclusivamente come risorse energetiche, ma come elementi vulnerabili alle tensioni internazionali.
Negli ultimi anni il sistema globale era già stato messo sotto pressione dalla pandemia, dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina. La crisi di Hormuz accelera ulteriormente questo processo, spingendo molti Paesi a ridurre la dipendenza dalle rotte marittime considerate più esposte.
Parallelamente, stanno tornando centrali oleodotti, gasdotti e corridoi terrestri. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti stanno rafforzando infrastrutture alternative allo stretto, mentre il Mediterraneo orientale aumenta il proprio peso strategico come hub energetico per l’Europa.
La crisi di Hormuz sta modificando anche il significato stesso della transizione energetica. Per anni la decarbonizzazione è stata presentata soprattutto come una risposta alla crisi climatica. Oggi, invece, l’elettrificazione viene sempre più interpretata come uno strumento di sicurezza nazionale.
Secondo Sabella, un Paese maggiormente elettrificato dipende meno dal petrolio importato e quindi meno dalle rotte marittime vulnerabili. In questo quadro, energie rinnovabili, accumulo energetico, nucleare, reti elettriche e pompe di calore assumono una funzione strategica.
«La transizione energetica del XXI secolo è guidata meno dagli ambientalisti e più dagli strateghi militari», osserva il direttore di Oikonova.
La crisi di Hormuz sta quindi accelerando il passaggio da una globalizzazione energetica basata sui commerci marittimi a un modello più regionalizzato e infrastrutturale. L’obiettivo delle grandi potenze è ridurre i rischi geopolitici legati alle forniture energetiche.
Anche il tema delle terre rare sta diventando centrale. Batterie, semiconduttori, intelligenza artificiale e tecnologie verdi richiedono enormi quantità di materie prime strategiche. La Cina mantiene un forte controllo sulle supply chain di questi materiali, mentre gli Stati Uniti possono contare sulla propria sovranità energetica consolidata dopo la shale revolution.
Secondo Sabella, il XXI secolo potrebbe quindi trasformarsi nella “geopolitica dell’elettricità, delle batterie e delle terre rare”, sostituendo progressivamente quella tradizionale del petrolio.
Uno degli effetti più evidenti della crisi di Hormuz riguarda il mercato automobilistico europeo. Con il rialzo dei carburanti e la crescente instabilità del petrolio, l’auto elettrica sta vivendo una nuova fase di crescita.
I dati del primo trimestre 2026 mostrano un forte aumento delle immatricolazioni di veicoli elettrici a batteria. Secondo ACEA, la quota BEV è salita al 19,4% del mercato europeo, contro il 15,2% dell’anno precedente. Nel solo mese di marzo le immatricolazioni BEV sono cresciute del 48,9%.
La crescita è stata particolarmente forte in Italia, Francia e Germania. In Italia le immatricolazioni di auto elettriche sono aumentate del 65,7%, mentre Francia e Germania hanno registrato rispettivamente +50,4% e +41,3%.
Secondo diversi osservatori, la crisi di Hormuz ha contribuito a cambiare la percezione dell’auto elettrica. Non viene più vista soltanto come simbolo ideologico della transizione green, ma come una protezione economica contro il caro carburante e le oscillazioni del mercato petrolifero.
Anche in Italia, dove l’adozione delle BEV resta inferiore rispetto ad altri Paesi europei, il mercato sta mostrando segnali di accelerazione. Nel primo trimestre 2026 la quota di mercato delle elettriche è salita sensibilmente rispetto all’anno precedente.
La crisi di Hormuz sta evidenziando come energia e tecnologia siano ormai strettamente collegate. Data center, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali richiedono enormi quantità di elettricità, trasformando l’energia in un elemento decisivo della competizione globale.
Secondo Sabella, il superamento dell’economia dei fossili produrrà certamente benefici ambientali, ma oggi il principale motore della transizione è la competizione strategica tra grandi potenze.
Gli Stati Uniti mantengono una forte leadership tecnologica grazie alle Big Tech e alla propria autonomia energetica. La Cina, invece, punta sul controllo delle filiere industriali e delle materie prime strategiche. L’Europa prova a rafforzare la propria indipendenza energetica attraverso rinnovabili, elettrificazione e diversificazione delle forniture.
In questo contesto, la crisi di Hormuz diventa il simbolo di una trasformazione più ampia. L’instabilità del petrolio sta accelerando il passaggio verso un’economia elettrica, dove sicurezza energetica, tecnologia e geopolitica saranno sempre più intrecciate.
La transizione energetica, quindi, non appare più soltanto come una scelta climatica. Sempre più spesso viene interpretata come una questione di potenza economica, autonomia strategica e sicurezza nazionale.
Scritto da: Matteo Respinti
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