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Per le imprese quasi un’assunzione su due è difficile da coprire

today30 Luglio, 2026

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Nel primo semestre del 2026 le
imprese italiane hanno programmato 2 milioni e 869 mila
assunzioni, ma nel 44,8% dei casi prevedono difficoltà nel
reperire il personale necessario. Allo stesso tempo, milioni di
persone rimangono ai margini del mercato del lavoro. Il più
ampio bacino occupazionale inutilizzato non è costituito
soltanto dai disoccupati, ma coinvolge le “forze di lavoro
potenziali” e gli inattivi, tra i quali le donne sono quasi 15
milioni, circa cinque milioni in più degli uomini.

   
E’ il paradosso messo in evidenza dal terzo Report sul
mismatch tra domanda e offerta di lavoro in Italia, realizzato
da Cnel e Unioncamere con la collaborazione del Ministero del
Lavoro e delle Politiche Sociali, dell’Istat e del Centro Studi
Guglielmo Tagliacarne.

   
Dal rapporto emerge che la domanda di lavoro si concentra nei
servizi e piccole imprese: nel primo semestre il settore dei
servizi concentra circa il 72% delle entrate programmate e le
micro e piccole imprese prevedono complessivamente oltre 1,8
milioni di assunzioni, confermandosi una componente decisiva
della domanda di lavoro del Paese.

   
Emerge poi che il principale potenziale occupazionale è fuori
dal mercato del lavoro e che molte assunzioni servono a
sostituire chi lascia il lavoro.

   
“Il Rapporto mette in evidenza un paradosso che il Paese non
può più permettersi: le imprese cercano lavoratori e spesso non
riescono a trovarli, mentre milioni di persone che potrebbero
contribuire alla crescita rimangono fuori dal mercato del
lavoro. L’Italia non soffre soltanto di una carenza di
competenze, ma di una grave difficoltà nel far incontrare le
opportunità offerte dalle imprese con le persone disponibili o
potenzialmente disponibili a lavorare”, afferma il presidente
del Cnel Renato Brunetta. “I dati del Rapporto confermano
l’urgenza di risposte concrete per sostenere il nostro sistema
produttivo, in quanto la difficoltà di reperire personale
rappresenta un freno concreto alla crescita e allo sviluppo del
Paese”, commenta Andrea Prete, presidente di Unioncamere.

   

   

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