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Ellen Burstyn Leone alla carriera, ‘spero il mio Paese trovi presto una strada maestra’

today7 Settembre, 2026

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(dell’inviata Francesca Pierleoni)
Davanti alla standing ovation che
ha ricevuto sul palco della Sala Grande al Lido, non ha
trattenuto la commozione Ellen Burstyn, una delle più grandi
interpreti del cinema americano, alla quale la Mostra del Cinema
di Venezia rende omaggio con il secondo Leone alla carriera,
dopo quello attribuito in apertura a George Clooney. “Così mi
fate piangere” ha detto la grande attrice, classe 1932, elegante
in un lungo abito giallo girasole con giacca in tinta -. Ho
capito che un premio alla carriera non è solo una testimonianza
di ciò che hai effettivamente realizzato, ma anche di ciò che
hai imparato”.

   
Burstyn, premio Oscar per Alice non abita più qui di Martin
Scorsese, ha ripercorso quindi in un breve discorso alcune tappe
del suo excursus: “Non volevo solo il successo. Volevo imparare
a essere il tipo di attrice che conoscevo e ammiravo” ha
spiegato, sottolineando il ruolo fondamentale dell’incontro con
Lee Strasberg e l’Actor’s studio (di cui ora è presidente, ndr)
“che mi hanno cambiato la vita”. Ha condiviso anche un aneddoto
legato alle riprese di Alice non abita più qui: “Stavo girando
una scena in auto e c’era un grosso dirupo sul lato destro della
macchina. Il problema era che avevo Martin Scorsese, il
direttore della fotografia, l’operatore di ripresa e il tecnico
delle luci sul cofano e non riuscivo a vedere il lato della
strada, avrei potuto sbandare e ucciderci tutti. Poi ho
realizzato che mi bastava seguire la linea bianca in mezzo alla
strada. Ed è così che sono riuscita a non uccidere Scorsese – ha
aggiunto sorridendo -. Ho compreso che individuare quella ‘linea
bianca’ sulla strada è un buon esercizio da fare ogni volta che
si è in difficoltà, per tirarsi fuori dai guai, così l’ho fatto
per il resto della mia vita. Spero, anzi, prego che anche il mio
Paese trovi molto presto la sua linea bianca e che la possiate
trovare anche voi”.

   
A inizio cerimonia c’è stata la laudatio per Burstyn della
presidente della giuria del concorso internazionale di
quest’anno, Maggie Gyllenhaal, che l’ha diretta, facendole
interpretare un’ideale Marilyn Monroe centenaria, in Flesh
Impact, il corto con Dakota Johnson proiettato dopo la
premiazione. “Ellen Burstyn è la nostra regina – ha sottolineato
l’attrice e regista ricordando molti dei grandi ruoli della
collega, da L’esorcista a Requiem for a dream -. Ellen è
presente in tutti quei personaggi. Con il suo corpo,
naturalmente, ma anche con il cervello, il cuore, la mente, la
sua vita. È un gesto di grande coraggio e affetto condividere
tutto questo con noi”.

   
Burstyn, che è al Lido anche come protagonista di Place to
Be, il film di Kornel Mundruczo in programma fuori concorso,
nella conferenza stampa in mattinata si è soffermata anche sulle
emozioni nell’interpretare la divina Marilyn: “Una volta l’ho
incrociata, in un locale notturno. Era seduta poco distante da
me, e naturalmente sono rimasta incantata a guardarla. Era una
creatura magica. Poi lei ha incrociato il mio sguardo e ha
annuito. Una cosa che mi ha emozionato molto, mi sembrava
impossibile si rivolgesse a me. È un momento che da allora porto
nel mio cuore”.

   
Rispetto al suo percorso d’attrice, la situazione per le
donne a Hollywood “è cambiata enormemente – ha spiegato -.

   
Quando ho iniziato, non c’erano donne sul set, dietro la
macchina da presa o nelle troupe, solo noi attrici. Poi
lentamente, grazie anche all’impegno di persone come Gloria
Steinem, che è da poco scomparsa, la mentalità ha iniziato a
cambiare. All’inizio si trattava di una segretaria di edizione.

   
Poi di un’assistente alla macchina da presa. E lentamente si è
arrivati all’integrazione delle donne. Non siamo ancora al 50 e
50 ma ci stiamo avvicinando”. Come interprete “mi dà grande
soddisfazione continuare a rimanere in contatto con la
generazione più giovane. Ho scoperto che i registi di talento
sono al massimo della loro creatività all’inizio della carriera,
ma dopo aver girato qualche film e aver attraversato quella che
io chiamo la fabbrica di hamburger di Hollywood – ha concluso –
loro perdono parte della loro innocenza, della loro creatività
spontanea”. A chi infine le ha chiesto quali storie valga la
pena di raccontare oggi, ha risposto sorridendo: “Il mio Paese
sta offrendo molte storie da esplorare da un punto di vista
artistico e politico… io comincerei da questo”.

   

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