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today22 Dicembre, 2025
Le proteste in Slovacchia segnano una nuova fase di tensione tra il governo guidato da Robert Fico e una parte significativa della società civile. Migliaia di persone sono scese in piazza a Bratislava e in altre otto città del Paese per contestare una serie di provvedimenti legislativi considerati un attacco allo stato di diritto. Al centro delle manifestazioni c’è la decisione dell’esecutivo di smantellare l’agenzia indipendente che si occupa della protezione dei whistleblower, sostituendola con un organismo sotto il controllo diretto del governo.
Le proteste in Slovacchia nascono da un clima di crescente sfiducia nei confronti dell’esecutivo, accusato dalle opposizioni di voler concentrare il potere politico e ridurre gli spazi di autonomia delle istituzioni di garanzia. Una dinamica che, secondo i critici, richiama il modello della cosiddetta democrazia illiberale promosso dal premier ungherese Viktor Orbán.
Il cuore delle proteste in Slovacchia riguarda la legge che elimina l’agenzia per la protezione di chi denuncia irregolarità sul luogo di lavoro, un organismo ritenuto cruciale nella lotta alla corruzione. La riforma prevede che le funzioni dell’agenzia vengano trasferite a una nuova struttura nominata dall’esecutivo, riducendo di fatto l’indipendenza del sistema di tutela dei segnalanti.
A seguito di un ricorso presentato da 63 parlamentari dell’opposizione, la Corte Costituzionale slovacca è intervenuta sospendendo temporaneamente l’entrata in vigore della legge, in attesa di pronunciarsi sul merito. Una decisione che ha rafforzato le proteste in Slovacchia, dando fiato a chi accusa il governo di voler indebolire i contrappesi democratici.
Le organizzazioni non governative slovacche hanno definito la riforma un tentativo di “mettere la museruola” a chi denuncia la corruzione, in un Paese segnato da scandali che negli anni hanno coinvolto politica e affari.
Durante una manifestazione a Bratislava, il leader dell’opposizione Michal Šimečka, a capo del partito Slovacchia Progressista, ha denunciato l’azione del governo con parole dure, parlando di un uso della “motosega contro lo stato di diritto”. Secondo Šimečka, la Slovacchia sarebbe “l’unico Paese in cui il governo vara leggi per rendere la vita più facile ai criminali e alla mafia”.
Le proteste in Slovacchia riflettono una frattura sempre più profonda tra l’esecutivo e una parte consistente della popolazione urbana, delle ONG e dei media indipendenti. La contrapposizione non riguarda solo la riforma sui whistleblower, ma una serie di provvedimenti adottati dall’ottobre 2023, quando il governo Fico è entrato in carica.
L’esecutivo è sostenuto da una coalizione composta dal partito Direzione-Socialdemocrazia, da Voce-Socialdemocrazia e dal Partito Nazionale Slovacco, formazione di destra radicale. Una maggioranza che ha impresso una svolta netta rispetto al precedente governo, di orientamento europeista.
Le proteste in Slovacchia si inseriscono anche in un contesto di tensione con l’Unione Europea. Fico ha assunto posizioni neutraliste sul conflitto in Ucraina, interrompendo l’invio di aiuti militari a Kiev e avviando un riavvicinamento politico alla Russia di Vladimir Putin. Una linea che ha avvicinato Bratislava alle posizioni di Budapest, soprattutto su immigrazione, politica estera e critica alle istituzioni comunitarie.
Il governo ha inoltre approvato una norma che attribuisce preminenza alle leggi slovacche rispetto ad alcuni provvedimenti europei, alimentando i timori di uno scontro con Bruxelles sul rispetto dello stato di diritto. Le proteste in Slovacchia esprimono proprio la paura che il Paese possa allontanarsi dal percorso di integrazione europea seguito negli ultimi anni.
Un altro elemento centrale delle proteste in Slovacchia riguarda il rapporto del governo con i media. Nell’aprile 2024 l’esecutivo ha assunto il controllo dell’emittente pubblica radiotelevisiva slovacca, una riforma duramente contestata per il suo impatto sulla libertà di stampa. L’emittente era nota per inchieste che avevano coinvolto lo stesso Fico e ambienti a lui vicini.
Il premier aveva definito la televisione pubblica un “nemico del popolo”, accusandola di servire le élite. Nonostante le manifestazioni di piazza e le critiche del presidente della Repubblica, la riforma è entrata in vigore. Nel 2024 anche i giornalisti della principale tv privata, Markíza, hanno denunciato pressioni e autocensura.
Le proteste in Slovacchia hanno spinto l’International Press Institute a lanciare un allarme sulla progressiva erosione della libertà di stampa e a chiedere un intervento dell’Unione Europea. Un segnale che il caso slovacco viene osservato con crescente attenzione a livello internazionale.
In questo scenario, le proteste in Slovacchia rappresentano non solo una contestazione interna, ma un banco di prova per la tenuta democratica del Paese e per il rapporto tra Bratislava e l’Europa.
Scritto da: Matteo Respinti
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