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Trump frena Israele in Cisgiordania ma salva Tel Aviv sui dazi

today30 Dicembre, 2025

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La linea dell’amministrazione Trump su Israele in Cisgiordania si muove su un doppio binario, fatto di richiami politici e concessioni economiche. Durante gli incontri di lunedì a Miami tra il presidente degli Stati Uniti e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, la Casa Bianca ha espresso una chiara “preoccupazione” per l’instabilità crescente nei territori occupati, ritenuta un fattore di rischio per i negoziati su Gaza e per l’espansione degli Accordi di Abramo. Allo stesso tempo, Washington ha deciso di prorogare per tutto il 2026 l’esenzione dai dazi su alcuni prodotti agricoli israeliani, confermando la solidità del legame strategico con Tel Aviv.

Secondo fonti citate da Axios e dal Times of Israel, la questione di Israele in Cisgiordania è stata affrontata più volte nel corso della giornata, prima in un incontro preparatorio con i principali consiglieri della Casa Bianca e poi nel faccia a faccia tra Netanyahu e Donald Trump.

La richiesta Usa: “raffreddare le tensioni”

Nel corso della conferenza stampa congiunta, Trump ha ammesso che la Cisgiordania è stata oggetto di una “lunga e ampia discussione”. L’amministrazione statunitense avrebbe espresso timori precisi sul modo in cui Israele in Cisgiordania sta gestendo tre dossier sensibili: la violenza dei coloni contro la popolazione palestinese, l’espansione degli insediamenti e il blocco di miliardi di dollari di entrate fiscali destinate all’Autorità Nazionale Palestinese.

Secondo le fonti americane, queste politiche rischiano di indebolire ulteriormente l’Anp, già sull’orlo del collasso finanziario, e di compromettere ogni tentativo di stabilizzazione della Striscia di Gaza. Per Washington, un deterioramento della situazione di Israele in Cisgiordania renderebbe inoltre più difficile riallacciare i rapporti tra Tel Aviv e l’Europa e rallenterebbe il progetto di estensione degli Accordi di Abramo ad altri Paesi arabi.

Axios sottolinea come si tratti della prima volta in cui l’amministrazione Trump affronta in modo così diretto e approfondito con Netanyahu il dossier di Israele in Cisgiordania, segnalando un cambio di tono rispetto alla tradizionale prudenza americana su questo fronte.

La risposta di Netanyahu e il nodo dell’annessione di fatto

Da parte israeliana, Netanyahu avrebbe ribadito la propria opposizione ufficiale alla violenza dei coloni, assicurando che verranno presi “ulteriori provvedimenti” per contenerla. Tuttavia, secondo le stesse fonti statunitensi, negli ultimi anni il governo israeliano avrebbe favorito una dinamica che molti osservatori internazionali definiscono come un’annessione di fatto dei territori.

L’indebolimento dell’Autorità Palestinese, l’aumento degli insediamenti e lo sfollamento forzato di comunità palestinesi sono elementi che, secondo Washington, rendono sempre più fragile il quadro di Israele in Cisgiordania. Trump avrebbe quindi chiesto esplicitamente a Netanyahu di evitare mosse provocatorie e di adottare una linea più cauta, nella consapevolezza che la stabilità dei territori è una condizione necessaria per qualsiasi avanzamento diplomatico regionale.

Il premier israeliano, pur senza annunciare cambiamenti immediati, avrebbe mostrato disponibilità a proseguire il dialogo, consapevole del peso che gli Stati Uniti continuano ad avere sul piano politico e militare.

La leva economica: esenzione dai dazi prorogata

Se sul piano politico Trump mostra segnali di irritazione per la gestione di Israele in Cisgiordania, sul fronte economico il sostegno resta pieno. Dopo gli incontri di Miami, la Casa Bianca ha esteso fino alla fine del 2026 l’esenzione dai dazi su alcuni prodotti agricoli israeliani, formalizzando un accordo raggiunto lo scorso primo dicembre.

La decisione garantisce continuità agli scambi commerciali tra Stati Uniti e Israele e rappresenta un messaggio chiaro: le divergenze su Israele in Cisgiordania non mettono in discussione l’alleanza strategica tra i due Paesi. Per Trump, la leva economica resta uno strumento di equilibrio, utile a mantenere aperti i canali di dialogo anche nei momenti di tensione politica.

Questa scelta conferma l’approccio pragmatico dell’amministrazione, che distingue tra richiami diplomatici e interessi economici e geopolitici di lungo periodo.

Iran, Gaza e il quadro regionale

Il dossier di Israele in Cisgiordania si inserisce in un contesto regionale più ampio, affrontato anch’esso durante l’incontro di Miami. Netanyahu ha espresso forti preoccupazioni per il riarmo dell’Iran e di Hezbollah, in particolare per quanto riguarda i missili a lungo raggio. Trump ha ribadito che un’azione militare contro Teheran resta “un’opzione sul tavolo”, confermando la linea dura degli Stati Uniti.

Sul fronte di Gaza, Netanyahu avrebbe accettato di procedere verso la seconda fase dell’accordo in discussione, pur in presenza di divergenze sull’attuazione. Il premier israeliano avrebbe inoltre accolto la richiesta americana di riprendere i contatti con il governo siriano per valutare un possibile accordo di sicurezza, segnale di un tentativo statunitense di ridisegnare gli equilibri regionali.

In questo quadro, la gestione di Israele in Cisgiordania emerge come uno dei nodi centrali della strategia americana in Medio Oriente. Per Trump, evitare un’escalation nei territori occupati è fondamentale per preservare i risultati diplomatici ottenuti e per costruire nuovi accordi prima della fine del mandato.

Scritto da: Matteo Respinti

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