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Uffizi, la protesta dei lavoratori in appalto non rinnovati

today5 Gennaio, 2026

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Ingressi record e incassi milionari da un lato, lavoratori lasciati senza contratto dall’altro. È il contrasto che emerge dalla protesta dei lavoratori in appalto agli Uffizi, esplosa nei primi giorni del 2026 dopo il mancato rinnovo di decine di contratti storici. Domenica 4 gennaio, davanti alla Galleria degli Uffizi, un presidio organizzato dal sindacato Sudd Cobas ha portato all’attenzione pubblica una vicenda che coinvolge addetti ai servizi museali rimasti improvvisamente senza lavoro dopo anni, in alcuni casi decenni, di precariato.

Il cambio di appalto e i contratti non rinnovati

All’origine della protesta dei lavoratori in appalto agli Uffizi c’è il recente cambio di gestione dei servizi museali. Con la nuova gara, CoopCulture ha sostituito Opera Laboratori Fiorentini nella gestione di una parte rilevante delle attività interne. Il passaggio ha però avuto conseguenze dirette sui lavoratori con contratti a termine, che non sono stati riassorbiti dal nuovo appaltatore.

Secondo quanto denunciato dal sindacato, solo i dipendenti assunti a tempo indeterminato hanno mantenuto il posto. Tutti gli altri, pur avendo maturato anni di esperienza all’interno del museo, si sono ritrovati esclusi senza alcuna continuità occupazionale. Una situazione che ha colpito addetti al controllo dei biglietti, alla gestione delle file, al guardaroba e ad altri servizi considerati essenziali per il funzionamento quotidiano del museo.

La protesta dei lavoratori in appalto agli Uffizi nasce quindi da una frattura ormai strutturale nel sistema degli appalti pubblici, che distingue nettamente tra chi gode di tutele e chi resta esposto a una precarietà prolungata, anche quando svolge mansioni continuative per gran parte dell’anno.

Anni di precariato e vite sospese

Tra i lavoratori coinvolti nella protesta dei lavoratori in appalto agli Uffizi ci sono persone che hanno iniziato a lavorare nel museo oltre dieci anni fa. Alcuni raccontano di aver accumulato fino a diciassette anni di rinnovi stagionali, lavorando per nove mesi l’anno e ricorrendo alla Naspi nei periodi di sospensione. Un sistema che, di fatto, ha garantito continuità al servizio ma non stabilità a chi lo svolgeva.

Le testimonianze raccolte durante il presidio parlano di un’impossibilità concreta di progettare il futuro. Senza un contratto stabile, spiegano i lavoratori, diventa difficile accedere a un mutuo, acquistare una casa o anche solo pianificare spese a medio termine. La precarietà non è solo lavorativa, ma si traduce in una condizione di incertezza che investe ogni aspetto della vita personale.

Questo elemento rende la protesta dei lavoratori in appalto agli Uffizi particolarmente significativa, perché mette in luce una contraddizione profonda: uno dei musei più visitati al mondo, simbolo dell’eccellenza culturale italiana, continua a funzionare grazie a personale che per anni è rimasto in una condizione di instabilità cronica.

Incassi record e il paradosso del lavoro povero

La vicenda appare ancora più stridente se confrontata con i numeri della Galleria degli Uffizi. Oltre cinque milioni di visitatori all’anno e un fatturato che supera i sessanta milioni di euro collocano il museo tra le istituzioni culturali più solide del Paese. Eppure, come sottolineano i lavoratori, all’interno di questa macchina economica prospera un sistema di lavoro povero e intermittente.

La protesta dei lavoratori in appalto agli Uffizi evidenzia proprio questo paradosso: musei statali con incassi milionari che affidano servizi fondamentali a cooperative e aziende esterne, scaricando su di esse – e quindi sui lavoratori – il peso della flessibilità. Il risultato è una forza lavoro altamente specializzata ma frammentata, spesso sottopagata e priva di reali prospettive di stabilizzazione.

Secondo il sindacato, questo modello non è un’eccezione ma una prassi diffusa nel settore culturale, dove l’esternalizzazione dei servizi è diventata uno strumento per ridurre costi e responsabilità. La protesta assume quindi un valore che va oltre il caso specifico degli Uffizi, ponendo una questione di sistema.

Le responsabilità del ministero e le richieste dei lavoratori

Per il Ministero della Cultura, chiamato in causa direttamente dal sindacato, la responsabilità non può essere limitata alle aziende appaltatrici. Trattandosi di una gara pubblica, spiegano i rappresentanti dei lavoratori, il committente avrebbe dovuto prevedere clausole più stringenti a tutela di tutti gli addetti, indipendentemente dalla tipologia contrattuale.

La protesta dei lavoratori in appalto agli Uffizi chiede quindi un cambio di approccio nella gestione degli appalti pubblici, affinché il risparmio economico non avvenga a scapito dei diritti e della dignità di chi lavora. Tra le richieste c’è anche una presa di posizione chiara da parte della direzione del museo, oltre all’apertura di un confronto istituzionale.

Nei prossimi giorni, una delegazione dei lavoratori dovrebbe essere ricevuta dall’assessore del Comune di Firenze Dario Danti. Un passaggio che potrebbe rappresentare il primo tentativo di portare la vertenza su un piano politico e istituzionale, dopo che la protesta ha già ottenuto visibilità pubblica davanti a uno dei luoghi simbolo della cultura italiana.

Scritto da: Matteo Respinti

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