Economia

Legambiente sul diritto a un cibo sano e sicuro

today17 Dicembre, 2025

Sfondo

Legambiente ha realizzato – in collaborazione con Assobio e Consorzio Il Biologico – un monitoraggio dettagliato sui residui di fitofarmaci presenti negli alimenti.

E ne è emerso un quadro contraddittorio ed ancora piuttosto distante per quanto concerne le aspettative circa il raggiungimento di un’agricoltura finalmente sicura e sostenibile.

Campioni analizzati e metodologia

Nell’effettuare questa analisi, le tre organizzazioni ambientaliste hanno preso in esame 4.682 campioni di alimenti – tra frutta, ortaggi, cereali, prodotti trasformati e cibi di origine animale – provenienti sia dall’agricoltura convenzionale, che da quella biologica.

Il primo dato rilevante ad affiorare è stato quello che ha evidenziato come più della metà dei campioni di cibi da agricoltura convenzionale risultassero, comunque, privi di residui: e, per la precisione, il 50,94%, corrispondente, tuttavia, ad una percentuale risultata in flessione rispetto all’anno scorso, quando cioè i campioni privi di residui censiti erano stati il 57,32%).

La presenza di fitofarmaci e il multiresiduo

Per contro però, quasi quasi il 48% dei prodotti controllati ha fatto segnare la presenza di uno o più fitofarmaci. Più in dettaglio, il 17,33% presentava un solo residuo, mentre il 30,26% era classificabile come “multiresiduo”: e si tratta, purtroppo, di un dato in netto peggioramento, con un incremento del 14,93% rispetto alla rilevazione precedente.

L’“Effetto cocktail” e i limiti della normativa

Stiamo parlando di un tipo di criticità tutt’altro che trascurabile e che rivela come quello che Legambiente definisce “Effetto cocktail” continui a sfuggire al perimetro della normativa europea sull’utilizzo dei pesticidi: le autorizzazioni restano, infatti, ancora calcolate sostanza per sostanza, come se l’esposizione reale non fosse quasi sempre combinata.

La percentuale complessiva di irregolarità riscontrate – rispetto ai limiti fissati dall’UE (1,47%) – può magari apparire anche contenuta, ma non descrive adeguatamente il rischio reale, poiché “non considera le esposizioni cumulative, gli effetti additivi e sinergici, né l’impatto nel tempo su ecosistemi e salute”.

La crescente sensibilità della società italiana

Lo studio di Legambiente sottolinea, inoltre, come quello dell’uso dei pesticidi ed i suoi effetti a cascata sull’ambiente, sulla salute e sulla qualità del cibo che portiamo sulle nostre tavole, sia un tema sul quale la società italiana ha ormai maturato una sensibilità sempre più consapevole e trasversale, che finisce per tradursi positivamente in una domanda sempre più esigente di trasparenza, di alternative sostenibili e di modelli produttivi orientati verso il futuro.

Agricoltura e crisi climatica

E proprio ragionando in questa prospettiva, Legambiente denuncia la situazione contraddittoria, che vede, attualmente, il sistema agricolo essere vittima ed allo stesso tempo corresponsabile della crisi climatica. Mentre, infatti, “siccità prolungate, alluvioni improvvise, gelate fuori stagione, trombe d’aria, grandinate violente e ondate di calore estremo, negli ultimi anni hanno devastato il lavoro di migliaia di aziende agricole”, a livello globale il comparto agricolo continua, comunque, ad incidere nella misura di circa il 20% delle emissioni.

In particolare – secondo i dati ISPRA (Istituto Superiore per la Ricerca e la Protezione Ambientale) – il nostro Paese ha raggiunto il 7,4% del totale nel 2022, con due terzi delle emissioni del settore che derivano dagli allevamenti, soprattutto da quelli intensivi.

L’esortazione di Legambiente e la transizione ecologica

Pertanto, l’esortazione che ci arriva dall’analisi di Legambiente è quella di “accelerare la transizione ecologica del sistema agroalimentare” – divenuta sempre più urgente – riducendo l’uso della chimica, disincentivando i modelli intensivi e valorizzando, invece, quelli che già stanno investendo in sostenibilità.

Le strategie europee al 2030

A livello normativo, le due strategie europee (e cioè, “Farm to Fork” e “Biodiversity 20230”) pongono, senz’altro, obbiettivi chiari da raggiungere entro il 2030: e vale a dire, il taglio del 50% dei pesticidi, quello del 20% per i fertilizzanti, del 50% per gli antibiotici in zootecnia, oltre al raggiungimento di una percentuale del 25% relativamente alle superfici agricole biologiche coltivate ed alla destinazione di almeno il 10% dei terreni agricoli alle infrastrutture verdi e alle aree ad alta biodiversità.

Tuttavia, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, il numero di principi attivi autorizzati nell’Unione resta, invece, ancora troppo elevato: si tratta, infatti, di circa 450 sostanze. Una quantità che – conclude Legambiente – negli ultimi dieci anni si è ridotta solo di poco.

Scritto da: Ferruccio Bovio

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