Economia

Troppi esami e troppe ricette nel Sistema Sanitario Nazionale?

today20 Aprile, 2026

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Troppi esami e troppe ricette nel Sistema Sanitario Nazionale?

Un intervento del segretario nazionale dell’ANAAO – Assomed (il principale sindacato italiano del settore sanitario), Pierino Di Silverio, a commento di un’analisi pubblicata dall’Istituto Superiore della Sanità, si sofferma sul concetto di “appropriatezza delle cure”: un tema che chiama in causa sia l’autonomia clinica del medico, che il ruolo fondamentale dei luoghi di cura.

Il problema dell’inappropriatezza

Ebbene, circa il 10% delle prestazioni sanitarie erogate in Italia, presenta profili di “inappropriatezza” che finiscono per causare costi aggiuntivi per 25 miliardi di euro. Il fenomeno – spiega l’ANAAO – si manifesta “in due direzioni opposte ma ugualmente problematiche”: e cioè, nel “over-use” (dovuto agli eccessi di esami, terapie e ricoveri non necessari) e nel “under-use” ( vale a dire, nella mancata erogazione di cure appropriate a chi ne avrebbe realmente necessità).

Valga per tutti l’esempio fornito dall’ISS sulla natalità, dal quale emerge come, nel 77,1% delle gravidanze, vengono effettuate più di tre ecografie, a fronte delle sole due raccomandate dalle linee guida nazionali. E si tratta, quindi, di un caso tipico di inadeguato impiego delle risorse finanziarie messe a disposizione del Servizio Sanitario Nazionale.

Il ruolo dell’autonomia medica

Tuttavia, il Sindacato sanitario invita anche alla prudenza prima di trarre conclusioni affrettate, “trasformando analisi epidemiologiche in uno strumento di sorveglianza o di compressione dell’autonomia professionale del medico”, poiché l’appropriatezza clinica è, in realtà, un valore che si misura sul campo, ossia sul paziente concreto e non sulle statistiche.

Tanto è vero che , come precisa il Sistema Nazionale Linee Guida redatto dallo stesso ISS, le raccomandazioni cliniche sono strumenti di supporto decisionale e non prescrizioni rigide: pertanto, se è vero che l’azione del professionista sanitario debba attenersi alle suddette linee guida, è pur altrettanto vero che ciò deve, comunque, avvenire sempre “fatte salve le specificità del caso concreto”. Una clausola, questa, che sta a riconoscere come la Medicina sia “una scienza applicata a individui, non a categorie”.

La responsabilità del medico

Di conseguenza, il medico che prescrive un esame in più perché conosce la storia clinica del suo paziente ed il suo contesto familiare, non sta necessariamente commettendo un atto inappropriato, dal momento che quella determinata decisione “appartiene alla sua sfera professionale, alla sua relazione terapeutica e alla sua responsabilità etica”.

Occorre, quindi, evitare di confondere la variabilità prescrittiva con l’inappropriatezza sistematica, poiché, in questo modo, si rischia, alla fine, di compromettere non solo il rapporto di fiducia medico / paziente, ma anche l’autostima e il rapporto tra professionista e istituzione: al punto che già oggi 10 medici ogni giorno rinunciano al lavoro ospedaliero in età non ancora pensionabile.

L’obbiettivo delle istituzioni deve, pertanto, certamente essere quello di supportare il medico nella sua attività non seguendo esclusivamente logiche economicistiche, ma incrementando anche quell’autonomia professionale imprescindibile che “da sempre costituisce la base del rapporto fiduciario medico paziente, favorendo il benessere lavorativo del medico e del dirigente sanitario con nuove politiche di welfare, tutelando il professionista in quella che è la sicurezza sui luoghi di cura e attribuendo allo stesso la giusta remunerazione e il giusto spazio e riconoscimento professionale”.

L’inappropriatezza organizzativa

Esiste poi – prosegue l’ANAAO nella sua analisi – anche un secondo piano di discussione che spesso si tende a trascurare: e cioè, quello che riguarda il fatto che l’inappropriatezza non si riscontra soltanto in ciò che viene prescritto, ma spesso concerne pure il dove ed il come una prestazione venga erogata.

Ad esempio, un ricovero ospedaliero ordinario per una condizione gestibile in day hospital o in ambulatorio specialistico è inappropriato non perché la cura sia sbagliata, ma perché il luogo di cura non è quello giusto. Ci si trova, quindi, in questi casi, in presenza di una chiara forma di “inappropriatezza organizzativa”, che evidenzia l’incapacità del sistema di collocare il paziente nell’ambiente assistenziale più adeguato alle sue necessità.

Stiamo, dunque, parlando di alcune situazioni tipiche come quelle in cui un malato cronico è costretto al ricovero ospedaliero per mancanza di assistenza territoriale adeguata, oppure un paziente psichiatrico non trova strutture intermedie tra l’ospedale e il suo domicilio. Tutti disagi che non dipendono, quindi, dalle scelte del medico, ma dalle carenze strutturali del sistema.

Soluzioni e prospettive

Pertanto, “il rafforzamento della medicina territoriale, delle cure intermedie, dell’assistenza domiciliare e delle strutture di prossimità, non è solo una questione di equità e di accesso alle cure, ma è anche una delle leve più efficaci per ridurre l’inappropriatezza organizzativa e per alleggerire la pressione sugli ospedali”. Un paziente curato nel posto giusto riceve, infatti, cure migliori, con minori rischi e minori costi per il sistema.

Scritto da: Ferruccio Bovio

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