Economia

Lavoro nero: giro d’affari da 77 miliardi

today9 Giugno, 2026

Sfondo

Recenti e tragici fatti di cronaca hanno riportato, all’attenzione di tutti, gli aspetti più drammatici di un fenomeno che, come quello del lavoro nero, in Italia continua a rappresentare una realtà economica dalle dimensioni davvero rilevanti. Ed è proprio sul lavoro nero che la consueta indagine settimanale, pubblicata dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, ha voluto questa volta soffermarsi.

Gli analisti mestrini, lavorando su dati ISTAT, hanno verificato come, nel 2023, il volume d’affari generato dall’economia sommersa abbia superato i 77 miliardi di euro annui. Oltre un terzo di questa ricchezza prodotta irregolarmente (il 35,7 %) si concentra nelle regioni del Mezzogiorno, dove si registra anche la quota più elevata di lavoratori coinvolti. Infatti, su un totale nazionale di 2,6 milioni di occupati irregolari, il 37,5 % opera nel Sud.

Diffusione territoriale

Tuttavia, anche se, storicamente, il fenomeno ha riguardato prevalente le regioni meridionali, oggi il lavoro sommerso si è diffuso, in modo allarmante, anche nel Centro-Nord. A livello settoriale, le situazioni più critiche si rilevano nel settore dei servizi alla persona (colf, badanti e altre figure dell’assistenza domestica), dove il tasso di irregolarità raggiunge il 48,8 %.

A seguire viene l’agricoltura (con un tasso di irregolarità del 20,8 %) e le attività artistiche e di intrattenimento (attori, cantanti, spettacoli viaggianti, giochi, parchi divertimento, etc.) al 20,3 %.

Analisi CGIA

I dati – scrive la CGIA – “confermano, dunque, come il lavoro nero continui a rappresentare un fenomeno strutturale dell’economia italiana, con effetti rilevanti sia sul piano sociale sia su quello tributario e contributivo”. Come si è detto, il valore aggiunto prodotto nel 2023 dal lavoro irregolare in Italia è stato pari a 77,1 miliardi di euro, di cui 27,5 miliardi nel Mezzogiorno, 19,4 nel Nordovest, 16,5 nel Centro e 13,7 nel Nordest.

Più in dettaglio, se si misura la propensione al “nero” delle regioni – ossia, l’incidenza percentuale dell’ammontare riconducibile al valore aggiunto del lavoro irregolare sul valore aggiunto totale regionale – ne emerge che la quota più elevata (pari all’8,3%) è quella che riguarda la Calabria. Seguono la Campania (con il 7 %), la Sicilia (con il 6,4 %) e la Puglia (con il 6,3 %). La media nazionale è, invece, del 4 per cento.

Distribuzione degli occupati irregolari

Dei 2.608.600 occupati non regolari stimati in Italia dall’Istat, 979.500 sono impegnati nel Mezzogiorno, 634.000 nel Nordovest, 572.300 nel Centro e 422.800 nel Nordest.

Se poi si calcola il tasso di irregolarità – costituito dal rapporto tra il numero degli irregolari e il totale occupati per regione – la presenza più rilevante si riscontra sempre nel Sud ed in particolare in Calabria che con una percentuale del 17,9% precede la Campania (con il 14,4%) e la Sicilia (con il 14 %). Il dato medio Italia è quello del 10 per cento.

Caporalato e sfruttamento

Quanto poi al cosiddetto “caporalato” ed allo sfruttamento disumano del lavoro – di cui abbiamo avuto un vergognoso esempio nei giorni scorsi ad Amendolara – l’Associazione degli artigiani veneti ne denuncia la gravità non soltanto per le conseguenze che ricadono sui lavoratori che sono vittime di questi abusi, ma anche per quelle che vanno a penalizzare le imprese oneste, che rispettano le regole e applicano correttamente i contratti di lavoro.

Lo sfruttamento lavorativo si intreccia con numerose altre problematiche sociali, come l’immigrazione irregolare, la tratta di esseri umani, il lavoro sommerso, la sicurezza nei luoghi di lavoro e l’emarginazione sociale.

Inoltre – segnala sempre la CGIA – il fenomeno è anche “in continua evoluzione e trova nuovi strumenti e modalità operative, anche attraverso le tecnologie digitali. Se in passato il caporalato era, infatti, prevalentemente associato all’agricoltura e all’edilizia, oggi interessa, invece, un numero crescente di settori produttivi, soprattutto quelli caratterizzati da un’elevata intensità di manodopera e da minori tutele contrattuali”.

Settori coinvolti e caporalato digitale

Ed a questo proposito, stando ai dati forniti dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro, sono, comunque, ancora l’agricoltura e l’edilizia a registrare il maggior numero di casi accertati, anche se situazioni tutt’altro che trascurabili affiorano pure nella logistica e nell’assistenza domiciliare. Tra l’altro, alle forme tradizionali di sfruttamento, si stanno stanno oggi aggiungendo anche nuove modalità riconducibili al cosiddetto “caporalato digitale”.

In questi casi il ruolo del caporale viene sostituito da piattaforme informatiche, che organizzano, controllano e valutano l’attività dei lavoratori, arrivando persino a determinarne l’accesso o meno al mercato del lavoro (e un esempio tipico è quello dei rider).

Legame con il lavoro nero

Lo studio della CGIA sottolinea poi come, da sempre il fenomeno del lavoro nero sia legato al caporalato: fino a risultare, in moltissimi casi, il primo come l’anticamera del secondo. Ad essere sfruttati sono, ovviamente, i più fragili, come le persone in condizione di estrema povertà, gli immigrati e le donne.

Il comparto maggiormente investito da questa piaga sociale ed economica è certamente quello dell’agricoltura. E qui, lo sfruttamento della manodopera in questo settore è riconducibile alla presenza simultanea di queste tre criticità:

  1. l’uso massiccio della forza lavoro per brevi periodi e in luoghi isolati, che spesso portano alla creazione di insediamenti abitativi informali;
  2. le condizioni inadeguate sia dei servizi di trasporto che di alloggio;
  3. lo stato giuridico precario o irregolare di diversi lavoratori migranti.

Aree di sfruttamento

Fenomeni di sfruttamento/caporalato ai danni degli immigrati sono presenti da diversi decenni nell’Agro Pontino (Latina), nell’Agro Nocerino-Sarnese (Salerno), a Villa Literno (Caserta), nell’area della Capitanata (Foggia) e nella Piana di Gioia Tauro (Reggio Calabria).

Tuttavia, negli ultimi 20 anni, le forze dell’ordine hanno scoperto numerosi casi anche nelle aree agricole del Nord. In particolare in Piemonte, in Lombardia, in Veneto e in Emilia Romagna.

Altro aspetto assolutamente da non sottovalutare è quello del mercato agroalimentare, spesso dominato da poche grandi imprese committenti che comprimono i margini dei piccoli agricoltori e li costringono a ridurre i costi del lavoro, alimentando il caporalato.

Normativa europea

E a testimonianza di ciò, lo studio della CGIA ricorda pure come, ormai da diverso tempo, l’Italia abbia recepito la Direttiva europea 2019/6332, emanata proprio contro le pratiche commerciali sleali nella filiera agroalimentare e abbia, quindi, introdotto specifiche limitazioni alle vendite sottocosto.

Ciò nonostante, le maggiori organizzazioni associative degli imprenditori agricoli, continuano a lamentare il fatto che lo strapotere contrattuale dei grandi marchi continua a comprimere i margini di numerosi piccoli produttori.

Infine, per contrastare il caporalato, l’Ufficio Studi della CGIA suggerisce l’aumento delle attività ispettive e maggiori investimenti pubblici nei trasporti e nelle soluzioni abitative temporanee, per garantire condizioni di vita dignitose ai lavoratori.

Scritto da: Ferruccio Bovio

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