Economia

Le imprese italiane e le “big teach” dinanzi al Fisco

today6 Luglio, 2026

Sfondo

CGIA denuncia il divario fiscale tra imprese italiane e big tech, tra elusione, tax rate e nuove tensioni su global minimum tax e UE.

La consueta analisi settimanale realizzata dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre concentra, questa volta, la sua attenzione – ma forse sarebbe meglio dire la sua indignazione – su un fenomeno che continua a ripetersi, ogni anno, nell’indifferenza quasi generale. E stiamo parlando del fatto che i colossi del web proseguono a macinare profitti miliardari, “scaricando” sulle nostre piccole e medie imprese il peso fiscale che loro eludono in agilità.

Molti di questi giganti non esitano, infatti, a spostare i propri profitti verso i Paesi a fiscalità di vantaggio, lasciando a bocca asciutta tanti Paesi, come l’Italia, con estrema disinvoltura.

Il divario fiscale tra imprese italiane e multinazionali

I dati messi in luce dagli analisti mestrini non lasciano dubbi, rimarcando come, mentre le imprese italiane registrano un tax rate del 31,9 %, le prime 25 multinazionali del web presenti nel mondo presentano un’aliquota fiscale media pari al 14,8 %: praticamente meno della metà.

Ad emergere sono, quindi, anni di elusione sistematica, che hanno scavato “un fossato enorme tra chi le tasse le paga e chi le aggira grazie a un sistema internazionale che non ha ancora trovato né la volontà né il coraggio di fermare” alcune operazioni discutibilissime.

Le pratiche di elusione fiscale delle multinazionali

Operazioni che la CGIA intende svelare, spiegando come spesso, quando una multinazionale lavora in diversi Paesi tenda ad incrementare “fittiziamente” i costi delle controllate in quelle nazioni dove il carico fiscale è elevato (come, ad esempio, l’Italia o la Francia). Così facendo, abbassa gli utili, spostando la gran parte dei profitti nelle filiali situate nelle realtà (vedasi i Paesi Bassi, l’Irlanda o il Lussemburgo) che presentano livelli di tassazione sensibilmente più vantaggiosi.

Pertanto, grazie a questa operazione elusiva, la quasi totalità delle big companies riescono a dichiarare una quota importante del loro utile totale nei Paesi dove si pagano pochissime tasse.

I dati economici: confronto tra multinazionali e imprese italiane

Più in dettaglio, nel 2024 – ultimo dato disponibile – le prime 25 “websoft” del mondo hanno realizzato un utile ante imposte pari a 503 miliardi di euro, versando, complessivamente, 74,3 miliardi di euro di tasse. Di conseguenza, il tax rate è risultato del 14,8%.

Diversamente, le imprese italiane, nel 2023, hanno realizzato un utile di 322 miliardi che ha determinato un versamento al nostro erario di 102,6 miliardi di euro di imposte, facendo così salire il tax rate al 32%. Un’ aliquota fiscale che, come si vede, è, dunque, più che doppia rispetto a quella toccata dai giganti mondiali del web.

Global Minimum Tax e tensioni internazionali

Durante il G7 svoltosi in Canada nel giugno del 2025, G7 gli Stati Uniti hanno chiesto e ottenuto un’esenzione fiscale a favore delle proprie grandi aziende, mettendo così in discussione anni di sforzi compiuti dai governi delle principali economie mondiali per introdurre una tassazione minima uniforme sulle multinazionali su scala globale.

Ci stiamo riferendo alla Global minimum tax: ossia, alla tassa minima globale concepita per contrastare l’elusione fiscale messa in atto dalle grandi corporation. L’esenzione voluta dagli USA riguarda non soltanto le loro “big tech”, ma si estende anche a numerose altre società americane coinvolte nella trattativa, andando così a vanificare l’intesa faticosamente raggiunta, nel 2021, dal OCSE, nella sua versione allargata a 147 Paesi.

Effetti geopolitici e applicazione limitata della tassa globale

Se, a questo punto, si considera che la maggior parte delle multinazionali mondiali ha sede negli Stati Uniti d’America e in Cina, se ne deduce che, dopo che Washington è riuscita a scongiurare il rischio che l’OCSE estendesse la Global minum tax alle imprese a stelle e strisce, di fatto questa imposta finisce per essere applicata solamente alle big companies europee…

Per questo motivo, l’Unione Europea sta lavorando all’introduzione di una Digital service tax (Dst) a livello continentale: un’idea duramente contrastata dall’Amministrazione Trump che, nelle scorse settimane, si è spinta addirittura a minacciare il raddoppio dei sui dazi sui prodotti europei, qualora questa soluzione fiscale venisse realmente adottata.

Le multinazionali e i vantaggi fiscali in Europa

Tra l’altro, l’analisi della CGIA sottolinea pure come, a godere di certe fiscalità vantaggiose offerte da alcuni Paesi europei, non siano sono i colossi americani: infatti, negli ultimi anni, anche molti grandi gruppi italiani hanno spostato all’estero le loro sedi legale o fiscali, specialmente nei Paesi Bassi.

E le ragioni si comprendono facilmente: da un lato perché la legislazione societaria olandese è particolarmente favorevole, consentendo agli azionisti storici di disporre di un doppio voto in assemblea e, quindi, di un meccanismo che, sostanzialmente, blinda la società da eventuali scalate straniere. Dall’altro, sempre ad Amsterdam, il fisco riserva condizioni piuttosto vantaggiose alle grandi aziende disposte a trasferirvi la propria sede fiscale.

Si tratta – conclude l’Associazione degli artigiani veneti – di operazioni che, se sono del tutto legittime sul piano fiscale e societario, comportano, comunque, un effetto collaterale tutt’altro che neutro poiché, riducendo la base imponibile in Italia, “a farne le spese sono soprattutto le piccole e piccolissime imprese che, a differenza dei grandi gruppi, non hanno certo la possibilità di fare le valigie e trasferirsi altrove”.

In sintesi

  • Le imprese italiane hanno un tax rate del 31,9%, contro il 14,8% medio delle 25 principali multinazionali del web.
  • Secondo la CGIA, le big tech spostano i profitti in Paesi a bassa fiscalità tramite pratiche di transfer pricing.
  • La Global minimum tax viene indebolita dalle esenzioni ottenute dagli Stati Uniti in sede G7 2025.
  • L’Unione Europea valuta una Digital Service Tax, mentre le PMI italiane restano penalizzate dal sistema attuale.

FAQ

Perché le multinazionali pagano meno tasse?
Perché spostano gli utili in Paesi a fiscalità più bassa attraverso meccanismi contabili e societari.

Chi paga di più le conseguenze di questo sistema?
Le piccole e medie imprese italiane, che non possono trasferire sede o profitti all’estero.

Scritto da: Ferruccio Bovio

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