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today5 Febbraio, 2026
Da un’indagine realizzata dall’Area Studi e Ricerche della CNA relativamente alle aspettative per il 2026 nel settore manifatturiero, è emerso che, nelle regioni del Nord, le previsioni delle imprese, sono sostanzialmente negative, essendo condizionate dalle preoccupazioni dovute sia all’andamento dei dazi, che a quello dei conflitti attualmente in corso.
Al contrario, nelle regioni del Mezzogiorno sembra, invece, prevalere un cauto ottimismo, sostenuto principalmente da buone aspettative nei settori del turismo e dei servizi.
Nel complesso, volendo, comunque, individuare una sorta di denominatore comune tra le risposte raccolte presso il campione intervistato, la scelta cade essenzialmente sul fattore “incertezza” che, non a caso, coinvolge una media nazionale pari al 58% delle imprese interpellate. Percentuale che però, in Piemonte giunge a toccare il 66% e in Lombardia il 60%.
L’analisi della CNA segnala, a livello territoriale, il prevalere della componente ispirata al pessimismo, rispetto all’area occupata dagli ottimisti. Pertanto, limitando l’attenzione ai risultati aziendali, le imprese attive nelle ripartizioni del Centro e del Nord risultano essere accomunate da una netta sfiducia circa la congiuntura 2026, mentre quelle del Mezzogiorno si aspettano, invece, di poter superare indenni l’anno in corso.
Sempre secondo gli analisti della Confederazione Nazionale dell’Artigianato, la visione meno cupa del 2026 espressa dalle imprese del Mezzogiorno potrebbe essere suggerita “dall’eredità del dinamismo espresso da questa parte del Paese negli ultimi anni”.
Infatti – stando almeno ai dati Istat – durante il biennio 2022/2023, le regioni del Sud Italia sono state proprio quelle che hanno messo a segno, nel loro insieme, un tasso di crescita medio del PIL pari al +3,7% e, dunque, ben superiore a quelli registrati dalle altre ripartizioni geografiche.
Un risultato conseguito, in larga misura, grazie al traino offerto dai servizi legati al turismo. In altre parole, è, quindi, possibile che gli imprenditori meridionali attribuiscano qualche elemento di vitalità al 2026, facendo affidamento su una continuità tra i risultati attesi e quelli registrati nel consuntivo degli ultimi anni.
Per quanto concerne poi le imprese maggiormente orientate verso l’export, la lettura dei dati raccolti dalla CNA, delinea ancora uno scenario caratterizzato da forti incertezze, dovute alle tensioni geopolitiche e commerciali del momento. Più in dettaglio, a livello regionale, alcune aziende intervistate hanno manifestato una maggiore difficoltà nel formulare previsioni proprio nei territori maggiormente votati all’export.
E stiamo parlando delle imprese di Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia e Piemonte (area di incertezza pari rispettivamente a 58,5%, 58,9%, 60,1% e 66,1%): ossia, di regioni nelle quali è, appunto, più radicata la manifattura. In Liguria è stata, inoltre, rilevata (con quasi il 32% del campione) la percentuale più elevata di giudizi negativi, seguita dall’Umbria con il 29,5% e poi dalla Toscana e dalle Marche, entrambe con oltre il 28%. Di contro in Abruzzo soltanto il 14,3% del campione prevede il peggioramento dei risultati aziendali, davanti alla Puglia con il 20,9%.
L’ottimismo occupa, dunque, uno spazio marginale, visto che le previsioni di performance positive nell’anno in corso si fermano al 15,5% nella media nazionale. Comunque sia, a guidare la classifica dell’ottimismo sono le imprese siciliane (con il 22,5% del campione) e quelle di Marche, Puglia e Abruzzo (tutte superiori di poco al 22%). Sotto la media si collocano, invece, il Piemonte (soltanto il 10,7%), seguito da Liguria (11,4%), Emilia-Romagna (13,5%) e Umbria (13,6%).
In conclusione, l’indagine in questione, descrive una situazione in cui l’area dell’incertezza si rivela “talmente ampia che l’indicazione principale è quella che, nel 2026, le micro e piccole imprese saranno costrette a navigare a vista”, calcolando di caso in caso quale potrà essere la strategia più efficace da adottare.
Ovviamente, un quadro di questo tipo non potrà fare altro che penalizzare la propensione all’investimento, specialmente per quelle imprese che da sempre sono in grado di competere con successo sui mercati internazionali, ma che, in questa fase, oltre a confrontarsi con la debolezza della domanda proveniente dalla Germania, devono pure fare i conti con le forti turbolenze del commercio internazionale.
Scritto da: Ferruccio Bovio
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