Economia

Aumenta l’età media dei lavoratori dipendenti nel privato

today26 Gennaio, 2026

Sfondo

La consueta analisi settimanale pubblicata dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, si sofferma, questa volta, sul problema dell’età media dei lavoratori dipendenti nel settore privato.

I dati nazionali: un trend in costante crescita

Nel 2024 – si legge nel documento – l’età media dei lavoratori dipendenti del settore privato presenti in Italia ha sfiorato i 42 anni, facendo in tal modo segnare un incremento di quattro anni rispetto al 2008, anno in cui non si raggiungevano i 38. Oggi, invece, un dipendente su tre ha varcato la soglia dei cinquant’anni. Infatti, negli ultimi sedici anni, la crescita dell’età media di operai e impiegati – se si esclude il 2020 – stata è netta e costante.

A livello territoriale, le situazioni più difficili sono quelle che riguardano Potenza (dove l’età media raggiunge i 43,63 anni), la quale viene seguita da Terni (con 43,61) e Biella (43,53). Al contrario, le province italiane in cui si riscontrano le età medie più basse sono Vibo Valentia (40,27), Aosta (40,07) e Bolzano (39,95).

Un problema anche economico

L’invecchiamento della popolazione – spiegano gli analisti mestrini – “non è un tema solo demografico: è anche un problema economico, soprattutto per le piccole e micro imprese”, poiché in molti Paesi europei (e in Italia in particolare) il ricambio generazionale nel mercato del lavoro si è praticamente interrotto. Pertanto, i lavoratori che vanno in pensione stentano ad essere sostituiti da giovani in numero sufficiente, dando così origine ad uno squilibrio che sta diventando un ostacolo di tipo strutturale alla crescita.

Le difficoltà per le piccole imprese

E specialmente per le piccole aziende, la carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende più difficile conservare posizioni chiave sul mercato, con particolare riferimento ai settori tecnici e manifatturieri. Le difficoltà non risiedono soltanto nel trovare genericamente delle persone, ma anche nel trovarne in possesso di competenze adeguate ed in tempi compatibili con le esigenze aziendali.

La perdita del capitale umano invisibile

Inoltre, la questione non si limita esclusivamente agli aspetti numerici, ma coinvolge anche quella che la CGIA definisce “la perdita del capitale umano invisibile”, rappresentato da quel complesso di “competenze tacite, conoscenze di processo e relazioni con clienti e fornitori” che, con l’uscita dei lavoratori più anziani, viene spesso disperso.

Si parla, quindi, di un patrimonio che, pur non figurando nei bilanci aziendali, contribuisce, comunque, alla competitività dell’impresa. Di conseguenza, senza un passaggio generazionale adeguatamente programmato, molte piccole realtà produttive rischiano di compromettere, rapidamente, dei risultati conseguiti in molti anni di lavoro.

Effetti negativi sull’innovazione

Ma l’aumento dell’età media in azienda comporta degli effetti negativi anche in merito all’innovazione.
Infatti, imprese con un’età media elevata tendono ad adottare più lentamente nuove tecnologie e modelli organizzativi, e in un’economia sempre più condizionata dai fattori di produttività e conoscenza, questo ritardo diventa cumulativo.

A registrare le maggiori difficoltà sono i settori caratterizzati da un’elevata intensità di lavoro. Ad esempio, le imprese edili, l’autotrasporto o i comparti produttivi che sono obbligati a lavorare anche di notte, lamentano, infatti, con crescente preoccupazione, l’avanzare dell’età media dei propri dipendenti, anche perché è ormai sempre più chiaro che i giovani di fare certi mestieri non ne vogliono più sapere.

L’impatto sui costi aziendali

E a ciò va pure aggiunto il fatto che l’invecchiamento delle maestranze finisce per incidere anche sui costi, dal momento che un lavoratore anziano è più facilmente esposto ad infortuni e problemi di salute, con potenziali ricadute su assenteismo, premi assicurativi e spese indirette per le imprese.

Certo, molti settori ad alta intensità di lavoro continuano a operare grazie alla disponibilità di manodopera straniera, tuttavia – si chiede la CGIA – “fino a quando potremo ancora fare affidamento su questa risorsa”?

Le preferenze occupazionali dei giovani

Ad aggravare la situazione delle piccole imprese concorre anche il fatto che i giovani, se possono, si orientano verso l’occupazione offerta dalle grandi aziende, dove, oltre a poter spesso fruire di migliori condizioni retributive, godono anche di aspettative di carriera, riduzione del rischio e qualità delle opportunità senz’altro più allettanti.

Ad esempio, “lavorare per un grande marchio ha un valore simbolico: arricchisce il curriculum, facilita futuri passaggi occupazionali e, in caso di migrazione in un’altra azienda, migliora la posizione contrattuale del lavoratore”. Inoltre, soprattutto alla luce dell’esperienza vissuta durante la pandemia, i giovani attribuiscono oggi una sempre maggiore importanza al welfare aziendale, alla flessibilità di orario, allo smart working e all’attenzione a diversità e sostenibilità.

Una tendenza destinata a rafforzarsi

In sostanza, l’analisi della CGIA evidenzia come l’invecchiamento della popolazione occupata sia aggravato dalla penuria di giovani in ingresso nel mercato del lavoro, i quali orientano sempre più le loro preferenze verso le grandi imprese, “percepite come in grado di garantire maggiori tutele, visibilità e stabilità”. E c’è, purtroppo, da aspettarsi che nei prossimi anni questa tendenza si consolidi ulteriormente, penalizzando sempre di più le possibilità dei piccoli imprenditori di reclutare manodopera.

L’evoluzione delle fasce di età

In conclusione, dall’osservazione dei trend riguardanti le fasce di età, emerge come quella tra i 25 ed i 44 anni (ossia la più centrale e strategica) sia anche quella che ha registrato la contrazione percentuale più marcata negli ultimi sedici anni.
Al contrario, sono cresciute essenzialmente le fasce più anziane, con gli over 50 che hanno fatto segnare un aumento del 154,5 % tra i 55 e i 59 anni e addirittura del 372 % tra i 60 e i 64 anni.

Le ragioni di questi risultati vanno ricercate non solo nell’invecchiamento della popolazione, ma anche in alcune scelte legislative che, in materia previdenziale, hanno progressivamente allungato la vita lavorativa degli Italiani.

Scritto da: Ferruccio Bovio

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