Economia

Il “Rapporto Previsione Primavera 2026” di Confindustria

today31 Marzo, 2026

Sfondo

Il Centro Studi di Confindustria ha appena pubblicato il suo “Rapporto Previsione Primavera 2026”, dal quale è emersa la preoccupazione che il PIL possa ridursi fino a far registrare una decrescita dello 0,7%. Ad incidere in maniera determinante sarebbe, soprattutto, il conflitto mediorientale attualmente in corso che, come è noto, ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per le forniture energetiche globali, con effetti immediati su prezzi e scambi internazionali.

Rapporto Previsione Primavera 2026: risposte nazionali ed europee

In questo contesto, Confindustria sottolinea l’esigenza di trovare risposte tempestive e coordinate sia a livello nazionale, che europeo. La durata del conflitto rappresenta, infatti, un’incognita decisiva per l’evoluzione economica dei prossimi mesi e necessita, pertanto, di misure concrete a sostegno di imprese e famiglie.

In particolare, secondo l’Associazione degli industriali italiani, diventa essenziale limitare gli effetti negativi dello shock energetico, per salvaguardare la competitività del sistema produttivo e per rafforzare gli investimenti.

Scenario macroeconomico globale

Sulla base di queste premesse, il quadro macroeconomico globale si colloca, dunque, in uno scenario di forte volatilità, già caratterizzato da tensioni commerciali tra le principali economie ed ora ulteriormente aggravato dalle conseguenze di una guerra che coinvolge, drammaticamente, proprio il canale energetico.

E’, infatti, sotto gli occhi di tutti come le incertezze sull’offerta e sulle rotte di approvvigionamento stiano incidendo pesantemente sui prezzi e sulle aspettative, con ripercussioni dirette su inflazione, condizioni finanziarie e crescita.

Ed a questo proposito, le simulazioni del Centro Studi Confindustria prospettano aumenti molto significativi dei prezzi, con il petrolio che potrebbe aumentare fino al 90% e il gas al 50%, alimentando così nuove e gravi pressioni inflattive, cui seguirebbe anche un irrigidimento delle condizioni finanziarie.

Situazione economica dell’Italia

Per quanto riguarda il nostro Paese, lo scenario di base resta positivo, anche se estremamente delicato: infatti, la crescita prevista per il 2026 si attesta allo 0,5%, ma – come si è detto – dipende, in modo assai rilevante, dall’evoluzione del contesto internazionale.

In particolare, Confindustria ipotizza che, in uno scenario intermedio, l’economia italiana entrerebbe in stagnazione nel 2026, mentre nello scenario più avverso il PIL potrebbe ridursi fino a -0,7%, con un peggioramento significativo rispetto alle previsioni di base e un impatto rilevante su consumi, investimenti ed export. E si tratta di una vulnerabilità dovuta, in larga misura, all’alta esposizione della nostra economia all’andamento dei prezzi dell’energia.

Spesa per la difesa come leva di sviluppo

Tra i possibili fattori di rafforzamento della crescita economica nazionale, il Rapporto di Previsione segnala quello relativo alla spesa per la difesa, quale “possibile leva di sviluppo industriale”. L’aumento previsto che, per il comparto, varierà dall’1,5% al 3,5% del PIL nel prossimo decennio, potrà, infatti, “generare effetti positivi significativi sull’economia se orientato verso investimenti e produzione nazionale”.

Pertanto, nel caso in cui queste condizioni si realizzassero, l’impatto sul PIL potrebbe arrivare fino al +3,0% cumulato. Diversamente, uno scenario caratterizzato da un maggiore ricorso alle importazioni ridurrebbe drasticamente i benefici, limitandoli a circa +0,9%. Confindustria vede, quindi, nel rafforzamento della filiera difesa e aerospazio, non solo un elemento strategico per la sicurezza, ma anche per l’innovazione e la produttività del sistema industriale.

Commercio internazionale

Nella sezione dedicata all’analisi del commercio internazionale, il Centro Studi di Confindustria evidenzia come si sia entrati in una fase di ridefinizione, determinata sia dal confronto tra USA e Cina, che dall’introduzione di nuove barriere doganali.

Nel 2025, le nostre esportazioni verso gli Stati Uniti hanno toccato i 70 miliardi euro (+ 7,2%), tuttavia – se analizzate al netto di farmaceutica e delle commesse straordinarie – rivelano una contrazione del 5,7%: un chiaro segnale delle difficoltà che stanno emergendo in diversi settori manifatturieri.

Pertanto, sempre secondo il Rapporto, nell’ipotesi in cui l’attuale struttura dei dazi venisse confermata, le perdite per l’export nazionale, nel medio periodo, potrebbero superare i 16 miliardi di euro.

Importazioni dalla Cina

Nel frattempo, lo scorso anno, le importazioni italiane dalla Cina sono andate oltre i 60 miliardi di euro, corrispondenti ad una crescita del 16,4% sul 2024. Questo perché il colosso asiatico è sempre più specializzato in quei settori di medio-alta tecnologia, la cui quota sull’export cinese verso il resto del mondo, negli ultimi 5 anni, è salita dal 28% al 42%.

Confindustria sottolinea però positivamente come, anche in un contesto così complesso, sia comunque stabilmente emerso un elemento positivo che riguarda le imprese italiane, le quali “mostrano una significativa capacità di adattamento”.

Ogni anno, infatti, circa l’8% dei prodotti nazionali cambia mercato di destinazione e il 9% quello di origine, a ritmi superiori a quelli delle imprese tedesche. In tal modo, la diversificazione degli scambi “si conferma un elemento chiave per rafforzare la resilienza del sistema produttivo”.

Demografia giovanile e mercato del lavoro

Altro tema preso in considerazione dal rapporto, è quello che concerne “il progressivo ridimensionamento della componente giovanile e la loro difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro”. La quota dei giovani tra i 15 ed i 34 anni è scesa, infatti, dal 25% del 2005 al 20,6% nel 2025 ed è destinata a diminuire ulteriormente fino al 18,6% nel 2070: e stiamo parlando di un trend che equivale a oltre 3 milioni di giovani in meno.

Un quadro, dunque, preoccupante che, tra l’altro, mette in luce persino un paradosso: quello cioè, di un Paese con meno giovani e nel quale i livelli di occupazione giovanile risultano essere tra i più bassi d’Europa. Tanto è vero che, nella fascia di età compresa tra i 15 ed i 24 anni, lavora solo il 19,7%, contro oltre il 50% in Germania. Ed a questo fenomeno, si aggiunge pure quello della fuga di capitale umano. Basti pensare che, tra il 2029 ed il 2023, sono circa 190mila i giovani che hanno lasciato l’Italia, dei quali la metà era composta da laureati.

Fattori di tenuta e stabilità politica

Infine, accanto ai fattori di rischio, l’analisi di Confindustria segnala però anche la presenza di alcuni elementi di tenuta, come, ad esempio, quello rappresentato dalla stabilità politica italiana degli ultimi anni.

Il calo dei tassi di interesse sui prestiti bancari ha, infatti, generato nel 2025 un beneficio stimato in circa 4,6 miliardi di euro annui per le imprese, che a regime potrebbe salire fino a 13,8 miliardi. Di conseguenza, la stabilità politica può “avere contribuito in una misura compresa tra 0,5% e l’1,4 miliardi annui alla riduzione del costo del credito, rafforzando le condizioni finanziarie del sistema produttivo”.

Scritto da: Ferruccio Bovio

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