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today24 Febbraio, 2026
Oggi, martedì 24 febbraio, il conflitto in Ucraina entra nel suo quinto anno di belligeranza. Da allora, l’economia europea ha dovuto affrontare una grave crisi energetica e una altrettanto pesante stretta monetaria.
E a tutt’oggi, il costo dell’energia e gli oneri finanziari per le imprese rimangono su livelli più elevati rispetto a quelli di inizio 2022, mentre la flessione del credito alle imprese frena gli investimenti.
Sul conto che il nostro Paese ha pagato e sta tuttora continuando a pagare su questa catastrofica vicenda, la Confartigianato ha pubblicato un’interessante analisi che parte dal confronto tra le previsioni del Fondo Monetario Internazionale risalenti al 2021 e quelle che la stessa Istituzione ha, invece, pubblicato lo scorso ottobre: ne è emerso che, tra il 2021 e il 2026, l’economia dell’Unione europea ha contabilizzato 0,8 punti di minore crescita del PIL all’anno, a fronte di un tasso di crescita medio annuo che era, infatti, stato previsto nella misura del +2,4% e che, invece, si è ridotto al + 1,6%.
In particolare, per l’Italia il tasso di crescita annuo previsto dell’1,8% si è purtroppo abbassato al +1,5%, facendo così segnare una perdita annua di 0,3 punti di crescita del PIL. Tuttavia, a merito del nostro Paese, va pure segnalato il fatto che, nonostante gli svariati fattori recessivi che ne hanno rallentato la crescita, tra il 2021 e il 2026, l’Italia ha registrato un aumento del PIL del 7,8%, facendo meglio della Francia (+7,2%) e della Germania (+1,8%).
Certamente, lo scoppio della guerra in Ucraina e l’inasprimento delle sanzioni nei confronti della Russia hanno comportato un pesante calo delle esportazioni verso le due nazioni belligeranti: tanto è vero che, tra il 2021 e 2025, l’Italia ha dovuto riscontrare 22.240 milioni di euro di mancate esportazioni in Russia e Ucraina.
Inoltre, l’ elevata dipendenza dalle forniture energetiche dalla Russia ha contribuito pure a far scivolare l’economia tedesca in uno stato di recessione che ha prodotto anche inevitabili ricadute pesanti sulle domanda di beni Made in Italy. Infatti, tra il 2021 e il 2025, le nostre imprese hanno subito una perdita di ben 35.426 milioni di euro di esportazioni verso la Germania, valutata rispetto ad un normale scenario di stabilità.
Pertanto, negli ultimi quattro anni, il mancato export destinato a Germania, Russia ed Ucraina ammonta complessivamente 57.667 milioni di euro.
Tra l’altro – come forse era inevitabile che avvenisse – la guerra e le sanzioni, hanno finito per incidere anche sull’importanza strategica dei principali mercati del Made in Italy. Non a caso, si è verificato un certo spostamento dell’export italiano verso mercati extra-UE, con una maggiore presenza nel Mediterraneo e in Nord America, a fronte di un indebolimento nei tradizionali sbocchi continentali.
E proprio valutando le quote dei mercati sul totale export, l’analisi di Confartigianato rileva che, tra il 2021 e il 2025, i mercati che si sono avvicinati maggiormente alle imprese italiane sono risultati soprattutto gli Stati Uniti (+1,4 punti percentuali), la Spagna (+0,9 punti percentuali), la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti (con +0,5 punti percentuali).
Al contrario, si sono allontanati importanti partner europei come la Germania (con -1,7 punti percentuali) e, in misura minore, Belgio (-0,3 %), Francia e Regno Unito (-0,2 %). Inoltre, a calare sono pure le flessioni di Cina (-0,8 %) e Russia (-0,9 %).
Per quanto poi riguarda la produzione industriale, Confartigianato segnala che le due maggiori economie manifatturiere europee (e cioè, Germania e Italia) – esposte come sono state al taglio delle forniture di gas dalla Russia – hanno registrato una pesante crisi delle loro produzioni, che ha interrotto la ripresa post pandemia.
Infatti, sempre tra il 2021 e il 2025, la produzione manifatturiera è scesa del 5,7% in Italia e del 6,5% in Germania, facendo così segnare un calo medio del 6,3% per le due più importanti manifatture d’Europa.
A crescere è stata, invece, la produzione di armi e munizioni che, sulla base del piano di riarmo europeo, tra il 2021 e il 2025, nei 27 Paesi della UE è salita del 51,8%, spinta, tra l’altro, anche dal rilevantissimo aumento dell’85,5% registrato in Germania, decisamente superiore a quelli di Francia (29%) e Italia (13,1 %).
Ma i problemi più seri al Vecchio Continente il conflitto tra Kiev e Mosca li portati sul terreno dell’energia, sul quale, dopo la fase di forte rialzo nei mesi successivi allo scoppio della guerra, la discesa dei prezzi dell’energia elettrica e del gas è, comunque, risultata piuttosto accidentata, mostrando una lenta e incompleta trasmissione delle riduzioni dei prezzi sui mercati internazionali e su quelli all’ingrosso, a causa di inefficienze del mercato amplificate per le piccole imprese dagli squilibri del prelievo fiscale.
Non a caso, nel 2025, in Italia persistono prezzi dell’energia elettrica e del gas che risultano essere ancora superiori del 45,6% rispetto alla media del 2021. E a questo proposito, la rigidità al ribasso dei prezzi retail mette certamente in risalto la presenza di alcune criticità lungo la filiera energetica, visto che, nella media del 2025, il prezzo delle importazioni di petrolio e gas è, comunque, inferiore del 4,8% rispetto al livello del 2021, mentre quello all’ingrosso dell’elettricità – sempre nel 2025 – è risultato addirittura inferiore dell’8,1% se raffrontato alla media del 2021.
Ed è proprio a causa di questa “escalation asimmetrica dei prezzi se, nel 2025, il costo dell’energia elettrica per una micro e piccola impresa (che consuma fino a 20 MWh all’anno) è del 34,5% superiore alla media Ue, determinando un extracosto che, per le micro e piccole imprese tocca i 5,393 milioni di euro”.
Più in dettaglio, lo shock energetico del 2022 aveva visto più che raddoppiare (+110,5% rispetto al 2021) i nostri prezzi dell’elettricità, mentre gli aumenti, nella media comunitaria, si erano fermati al +31,8%. A livello di approvvigionamenti energetici, la diminuzione di 24,4 punti percentuali della quota dell’import di petrolio greggio e gas della Russia è stata compensata dall’aumento del peso delle forniture di Stati Uniti, Algeria, Kazakistan e Norvegia. E in particolare, la diversificazione degli acquisti per la sostituzione del gas russo ha portato, in quattro anni, al raddoppio (+107,1%) dei flussi di import di gas naturale liquefatto (GNL).
Infine, la guerra ha condizionato anche il costo del denaro, indirizzando la BCE verso una politica monetaria prudente che, non a caso, nelle ultime cinque sedute del suo Consiglio ha mantenuto i tassi di interesse invariati. Si è, pertanto, così fermata la discesa del costo del credito per le nostre imprese che, infatti, a dicembre 2025 è risalito al 3,65% (era 3,62% a novembre) e rimane, comunque, di 236 punti base superiore al 1,29% di febbraio 2022, mese dell’inizio della guerra in Ucraina.
Ricordiamo che, tra settembre 2021 e settembre 2025, i prestiti alle micro e piccole imprese italiane con meno di 20 addetti sono scesi del 23,8%: e si tratta di un trend di diminuzione che accelera di oltre dieci punti rispetto alla flessione del 13,6% che si registrava, invece, nel quadriennio precedente (settembre 2017-settembre 2021).
Scritto da: Ferruccio Bovio
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