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In questi giorni, il Governo, attraverso il Decreto Bollette, ha richiamato in causa le centrali a carbone, spostando il termine per la loro cessazione definitiva dal 2025 al 2038. Ed a questo proposito, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha dichiarato che, se il gas dovesse giungere a superare i 70 euro al megawattora, potrebbe rendersi necessario riattivare le due centrali – al momento lasciate in stand-by – di Civitavecchia e Brindisi.
A bocciare questa ipotesi è subito intervenuta la SIMA (la Società italiana di medicina ambientale), che ha, infatti, sottolineato tutti i rischi sanitari, ambientali e anche economici che una simile decisione comporterebbe. Questo perché – spiegano, appunto, i medici della SIMA – “la possibile riattivazione, anche temporanea, delle centrali a carbone non può essere valutata soltanto in termini di costo immediato dell’energia”, dal momento che un’ampia letteratura scientifica mostra, con chiarezza, come il carbone scarichi una quota rilevante dei propri costi sulla collettività, anche “sotto forma di malattie, morti premature, ricoveri, perdita di produttività, danno ambientale e pressione sui sistemi sanitari”.
E questo genere di preoccupazioni vengono espresse – oltre che dagli ambienti sanitari – anche da numerose associazioni ambientaliste, come Legambiente, la quale ricorda anch’essa come il carbone sia la fonte che produce energia al costo più alto: di conseguenza, visto che l’Italia – così come, del resto, avviene anche per il gas – è un Paese importatore, difficilmente potrebbe trarne vantaggi economici.
D’altra parte, anche la stessa Enel che stava già lavorando ai piani di dismissione, ha stimato un costo di almeno 70 milioni di euro l’anno per mantenere queste centrali a carbone pronte per essere attivate all’occorrenza: e si tratta, ovviamente, di denaro che dovrà versare lo Stato italiano, pagandolo attraverso le bollette degli utenti finali (persone e imprese), oppure ricorrendo ad inasprimenti fiscali.
Oltre tutto – sempre secondo Legambiente – la scelta a favore del carbone blocca ogni possibilità di riconversione nei territori coinvolti, vanificando le tante proposte che, attualmente, sono in discussione, mettendo a rischio posti di lavoro e lasciando quei luoghi in balia dell’inquinamento prodotto.
Inquinamento, in merito al quale, la SIMA ribadisce come “la riattivazione, anche temporanea, della produzione elettrica da carbone comporterebbe un aggravio documentato dei rischi ambientali e sanitari” legati all’emissione di particolato fine, biossido di zolfo, ossidi di azoto, metalli tossici e altri inquinanti della combustione, con un aumento di mortalità e morbosità cardiovascolare e respiratoria, nonché un maggior rischio oncologico. Ed a questi impatti prettamente sanitari, devono sommarsi anche ulteriori costi economici indiretti, già calcolati – a livello europeo – in centinaia di miliardi di euro l’anno.
In base alle più recenti rilevazioni effettuate nel 2023 dall’EEA ( e cioè, dall’Agenzia Europea dell’Ambiente), è sufficiente da solo l’inquinante più pericoloso – ovvero le polveri sottili Pm2,5 – a mietere ogni anno 182.399 vite nell’Unione europea. All’ozono troposferico (O3) sono, invece, attribuiti 62.676 morti, mentre altri 34.179 sono causati dal biossido di azoto (NO2).
In particolare – come spiega sempre la SIMA – in Italia, nel 2022, al Pm2,5 sono stati imputati 48.600 decessi prematuri nella popolazione con più di 30 anni, mentre l’EEA segnala ancora che la mortalità italiana correlata al Pm2,5, nel 2022, era risultata di 12 punti percentuali superiore alla media dell’Unione europea. Ed è proprio il carbone ad aggravare questo tipo di pressione sanitaria, contribuendo, in maniera rilevante, sia alle emissioni di Pm2,5 primario, che a quelle dei suoi precursori – in particolare SO2 e No2 – che favoriscono la formazione di particolato secondario in atmosfera.
In conclusione – insiste la SIMA – il punto non è, dunque, soltanto energetico, poiché il carbone rappresenta una scelta che – anche quando possa apparire economicamente conveniente nel breve periodo – comporta, comunque, sempre costi sanitari e ambientali molto pesanti, che magari non si rilevano in bolletta, ma che, in definitiva, vengono poi pagati dalla popolazione e dai sistemi sanitari. Pertanto, “in questo senso, parlare di carbone significa parlare non solo di sicurezza energetica, ma anche di prevenzione, salute pubblica, sostenibilità economica e responsabilità verso la collettività”.
Scritto da: Ferruccio Bovio
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