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A ormai due settimane dall’inizio del conflitto in Iran, l’Ufficio Studi della CGIA di Mestre evidenzia come i mercati delle principali materie prime manifestino una tenuta complessivamente solida, senza riscontrare quelle impennate generalizzate dei prezzi che spesso caratterizzano i momenti di forte tensione geopolitica.
Se si osserva, infatti, il quadro delle quotazioni, si scopre una sorprendente stabilità: anzi, in determinati casi, alcune delle principali commodities hanno addirittura fatto segnare lievi riduzioni di prezzo: il nickel è sceso, ad esempio, dell’1,9 %, il rame del 2,6%, il piombo del 2,7%, lo zinco del 3% e lo stagno del 7,9 %.
Si tratta di segnali che – secondo gli analisti mestrini – indicano come “le catene di approvvigionamento globali e i mercati internazionali stiano reagendo con una certa resilienza all’incertezza del contesto internazionale”.
Pertanto, tra le materie prime prese in esame dalla CGIA, soltanto i combustibili fossili hanno registrato variazioni significative. Il prezzo del petrolio è salito del 45,8 % e quello del gas è aumentato del 62%: ed in entrambi i casi, gli incrementi di queste ultime due settimane sono stati superiori a quelli verificatesi dopo l’invasione russa all’Ucraina.
Tuttavia, in generale, i dati degli ultimi quindici giorni sembrano indicare che l’impatto del conflitto sui mercati delle materie prime sia stato – almeno fino ad oggi – abbastanza circoscritto.
L’assenza di rialzi diffusi rappresenta, infatti, un segnale incoraggiante per l’economia internazionale e per il sistema produttivo europeo, che – naturalmente sempre a giudizio degli artigiani veneti – almeno in questa fase non sembra esposto a una nuova ondata generalizzata di rincari delle materie prime.
Tanto è vero che, se si raffrontano i dati odierni con quelli che seguirono l’attacco della Russia all’Ucraina, si rileva che, nel febbraio del 2022, lo shock sui mercati internazionali fu immediato e decisamente più violento.
Non a caso, due settimane dopo l’inizio dell’offensiva russa, il prezzo del nickel era aumentato del 93,8 %, quello del gas del 48 %, quello del granoturco del 30,3% e quello del frumento del 29,2%.
Ovviamente, anche l’energia e i metalli industriali furono coinvolti nella spirale dei prezzi, con il petrolio che salì del 16,3 % e l’alluminio dell’8,3 %.
Quella reazione dei mercati fu dovuta alla posizione chiave che Russia e Ucraina occupano nelle catene di approvvigionamento globali: specialmente per quanto riguarda energia, metalli e produzioni agricole, la cui interruzione di forniture ebbe allora ripercussioni diffuse sull’economia mondiale.
Al contrario – spiega sempre l’analisi in questione – pur essendo certamente il Medio Oriente anch’esso “un’area strategica e geopoliticamente sensibile”, presenta, comunque, delle “interdipendenze economiche e commerciali con il resto del mondo” che appaiono diverse e che, almeno nella fase iniziale, stanno generando pressioni meno intense sui mercati delle materie prime.
Indubbiamente, lo scenario fin qui descritto dalla CGIA resta suscettibile di mutare profondamente qualora il conflitto si prolungasse a tempo indeterminato e coinvolgesse anche altri attori regionali.
Resta il fatto – e questo nessuna analisi lo può ignorare – che gli effetti negativi del conflitto mediorientale hanno già cominciato a farsi sentire sui nostri portafogli: per verificarlo, basta recarsi presso un distributore di benzina.
Ed a questo proposito, l’Ufficio Studi della CGIA ha stimato approssimativamente che il rincaro complessivo delle bollette energetiche sui bilanci delle 26,7 milioni di famiglie italiane potrebbe toccare i 9,3 miliardi di euro.
In particolare, gli aumenti più rilevanti si concentrerebbero nelle principali aree urbane metropolitane: a Roma l’incremento complessivo della spesa energetica potrebbe, infatti, toccare i 705,8 milioni di euro, a Milano i 554,5 milioni e a Napoli poco più di 406 milioni.
Invece, le province meno colpite dai rincari risulterebbero essere Vibo Valentia con un aggravio di 23,1 milioni di euro, Aosta con 21,3 e Isernia con 12,72 milioni.
Dal 28 febbraio ad oggi, gas e petrolio hanno, sicuramente, subito un forte rialzo dei prezzi, anche se si tratta di aumenti che vanno pure attribuiti a dinamiche speculative, le quali hanno avuto conseguenze immediate sui carburanti, creando serie difficoltà per molti automobilisti.
In particolare, per quelle categorie che lavorano quotidianamente con un mezzo a motore come i taxisti o gli autotrasportatori, i quali si trovano, adesso, a dover fare i conti con aumenti dell’8,7 % per la benzina e addirittura del 18,2% per il diesel.
Per fronteggiare questi di rincari di bollette e carburanti, la CGIA suggerisce, innanzitutto, di tagliare Iva, accise e oneri di sistema. Tuttavia, la riduzione di certi prezzi non dipende da una singola misura, ma richiede, invece, la predisposizione di una strategia articolata che combini interventi fiscali, regolatori e strutturali.
Tanto per cominciare – spiega la CGIA – il Governo dovrebbe subito intervenire sul piano fiscale, dal momento che, in Italia, una componente significativa del prezzo dei carburanti e dell’energia è composta proprio da accise e Iva.
Una riduzione temporanea e mirata delle accise sui carburanti o una modulazione dell’Iva sulle bollette energetiche fornirebbe, pertanto, un sollievo immediato a famiglie e imprese.
Inoltre, sarebbe necessario agire anche riducendo gli oneri di sistema nelle bollette di luce e gas. In tal modo, si otterrebbe di sostenere il potere d’acquisto dei cittadini e di migliorare, al tempo stesso, la competitività delle aziende: soprattutto di quelle piccole e medie.
Altro aspetto di assoluta importanza è quello di favorire una più efficace regolazione del mercato, rafforzando i poteri delle autorità di vigilanza per monitorare eventuali speculazioni lungo la filiera energetica e garantire così maggiore trasparenza nella formazione dei prezzi.
Infine, nel medio periodo, la CGIA ricorda l’importanza della diversificazione delle fonti energetiche. Ridurre, infatti, la dipendenza da pochi fornitori o da singole fonti fossili permetterebbe di attenuare gli shock di prezzo.
Scritto da: Ferruccio Bovio
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