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today24 Aprile, 2026
Dall’ultimo Rapporto del CNEL sul mercato del lavoro e sulla contrattazione collettiva, è emerso che le conseguenze della crisi demografica – che registra un tasso di fertilità dell’1,14 figli per ogni donna – cominciano a manifestarsi anche sul mercato del lavoro, che si regge, infatti, sempre più sugli over 50, mentre fatica ancora ad incorporare pienamente le nuove generazioni.
In generale, dall’analisi del CNEL si apprende che, nel 2025, il PIL italiano è cresciuto dello 0,5%, mentre il numero degli occupati – e cioè, 24,121 milioni – è salito, invece, su base annua dello 0,4%. Ed è proprio dall’osservazione di questi dati che il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro deduce che il lavoro, per quanto aumenti, non lo sta facendo “in una misura coerente con la dinamica del prodotto e del valore aggiunto”.
E le ragioni di questo fenomeno vanno ricercate nel fatto che – come spiega il presidente Renato Brunetta – “l’espansione occupazionale è sostenuta più da fattori di composizione del mercato del lavoro, da dinamiche demografiche e dall’andamento dei servizi, che da un rafforzamento strutturale della base produttiva del Paese”.
Pertanto, in un quadro di questo tipo, il Rapporto in questione prevede, tra il 2025 ed il 2029, un numero di assunzioni che sarà compreso tra i 3, 279 milioni ed i 3,71 milioni di unità: nuovi ingressi che, in una misura che oscillerà tra l’80 ed il 90% del totale, andranno a coprire i posti lasciati liberi dai dipendenti andati in pensione.
Passando, invece, ad analizzare il mercato del lavoro dal punto di vista più qualitativo, il CNEL – nonostante il maggiore ricorso di manodopera da parte dei servizi (+ 2% le ore lavorate), rispetto al comparto manifatturiero (+ 1%) e, quindi da settori spesso con retribuzioni più basse – segnala come, nel 2025, si sia, comunque, rafforzata la tendenza alle stabilizzazioni.
Infatti – continua il Rapporto – mentre i dipendenti a tempo indeterminato aumentano dell’1% su base annua e gli indipendenti addirittura del 3%, il lavoratori a termine diminuiscono dell’8,6% rispetto al quarto trimestre del 2024. Più in dettaglio, il tasso di occupazione tra i 15 ed i 64 anni si attesta al 62,5% e quello di disoccupazione al 5,5% . Cresce, inoltre, dello 0,4% anche il numero degli inattivi (12,5 milioni), sebbene, tra essi, risulti calare la componente degli “scoraggiati”.
Notevoli difformità si riscontrano poi a livello territoriale, visto che, al Nord, la percentuale degli occupati raggiunge quota 70% – un dato di poco superiore al Centro (col 66,6 %) – per poi crollare, invece, al solo 50% del Sud.
Sul piano generazionale, sono i giovani a beneficiare di meno di questi trend positivi. Infatti, nella fascia di età compresa tra i 15 ed i 34 anni, il tasso di occupazione non supera il 43,2%, corrispondente ad un calo dell’1,3% rispetto all’anno precedente. Tuttavia – spiega sempre il CNEL – confrontando questi numeri con quelli del tasso di attività (passato dal 50,9 al 49,6 %), si scopre un rallentamento legato “al prolungamento dei percorsi di istruzione e formazione”.
A crescere più lentamente è pure la presenza femminile nei luoghi di lavoro, il cui tasso di occupazione è cresciuto, lo scorso anno al 53,8%, limitandosi, quindi, ad un incremento di soli 5 decimali.
Più in dettaglio, l’aumento più rilevante, si è registrato tra le donne tra i 50 ed i 64 anni, legato molto probabilmente all’innalzamento dell’età pensionistica.
E a questo proposito e più in generale, il Rapporto evidenzia anche come, grazie a un mix di fattori che si combinano tra di loro (e cioè, autoimpiego, necessità delle aziende di mantenere le competenze più consolidate e l’ innalzamento dell’età di ritiro pensionistico), stia continuando a crescere il tasso di occupazione tra gli over 50: tasso che, non a caso, nel 2025 ha raggiunto il 67% (+ 1,6% sul 2024).
Infine, riguardo alla diffusione dei contratti di lavoro, il presidente Brunetta ha voluto sottolineare “la buona tenuta del nostro sistema di relazioni industriali rispetto alle complesse sfide che il Paese attraversa”. Infatti, quelli firmati dai sindacati e dalle associazioni datoriali più importanti, “coprono la quasi totalità dei rapporti di lavoro nel settore privato”.
Invece, i cosiddetti “contratti pirata”, coinvolgono solamente lo 0,4% dei dipendenti. Tra l’altro, il riepilogo del 2025 segnala che le intese contrattuali rinnovate “hanno coinvolto oltre 4 milioni di lavoratori”, con retribuzioni che sono aumentate del 3,2%, ossia di 1,5 punti in più dell’inflazione.
Scritto da: Ferruccio Bovio
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