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Come abbiamo già segnalato nei giorni scorsi, con il decreto Primo Maggio, il Governo ha cercato di fare un po’ di chiarezza sul tema delle retribuzioni.
Il provvedimento ha pertanto introdotto, nel nostro ordinamento, il concetto di “salario giusto”, subordinando direttamente ad esso la possibilità, per le imprese, di accedere agli incentivi pubblici: in sostanza, sgravi fiscali e bonus verranno riconosciuti soltanto alle aziende che applicheranno trattamenti economici da ritenersi adeguati, in base a quanto previsto dai contratti collettivi più rappresentativi.
Si tratta di una scelta politica precisa, che mira a consolidare il modello italiano fondato sulla contrattazione, evitando l’adozione del cosiddetto “salario minimo legale”. Di conseguenza, l’esecutivo Meloni ha optato per una soluzione che non sia fondata su un’unica soglia retributiva minima, ma che poggi, invece, su un sistema che valorizza le differenze tra settori, livelli e qualifiche.
Il rischio che però questa decisione comporta, è quello – come è stato osservato da più parti – di lasciare scoperti quasi 3 milioni di lavoratori sotto la soglia 9 euro lordi l’ora di retribuzione. Il “salario giusto” viene, pertanto, inteso dal Governo come l’alternativa italiana al salario minimo. Un’alternativa che si propone di selezionare i contratti collettivi più diffusi al fine di adottarli come punti di riferimento generali, rispetto a quelli meno rappresentativi.
Tuttavia, questo tipo di scelta ha finito per alimentare un acceso scontro politico. I partiti di opposizione non intendono, infatti, assolutamente rinunciare all’idea di introdurre il “salario minimo” a 9 euro l’ora, per meglio tutelare i lavoratori meno garantiti a livello sindacale.
A loro avviso, il salario minimo non andrebbe affatto a sostituirsi – come teme la maggioranza – ai contratti nazionali, ma si limiterebbe, invece, a stabilire una soglia minima di garanzia salariale per quelle fasce di lavoratori che rientrano nelle categorie del cosiddetto “lavoro povero”.
E in effetti, in diversi altri Paesi europei, strumenti analoghi a quello del salario minimo sono stati introdotti e consolidati negli ultimi anni, senza che la cosa abbia dato automaticamente luogo a quelle sperequazioni tanto paventate da Palazzo Chigi.
Come appena ricordato, nel nostro dibattito politico il “salario minimo” viene, infatti, sovente associato al rischio di riflessi negativi sia per quanto riguarda l’occupazione, che per una temuta compressione dei livelli retributivi. Ma si tratta di argomentazioni che non sempre trovano conferma dall’osservazione delle svariate esperienze internazionali. Ad esempio, nel caso della Spagna, l’aumento progressivo del salario minimo ha coinciso con una fase di crescita dell’occupazione: anche se la cosa non significa che questo strumento non abbia, comunque, presentato egualmente alcuni elementi di criticità.
Più in dettaglio, la peculiarità più spiccata del decreto Primo Maggio risiede nella distinzione di fondo tra trattamento economico minimo (TEM) e trattamento economico complessivo (TEC). Il primo è costituito dalla paga base stabilita dai contratti collettivi per ciascun livello, mentre il secondo comprende tutte le componenti della retribuzione: mensilità aggiuntive, premi, indennità e benefit inclusi.
Ed è proprio sulla base di questo valore complessivo che il Decreto definisce il concetto di “salario giusto”, assegnando, quindi, alla contrattazione collettiva la funzione centrale ai fini della sua individuazione. E questo spostare l’attenzione dal minimo tabellare al valore complessivo, introduce, indubbiamente, un mutamento tutt’altro che marginale nel modo di leggere e considerare i salari.
Infine, tanto per fare un esempio pratico delle differenze che possono sorgere dall’applicazione di un criterio o dell’altro, ci viene in aiuto il contratto dei metalmeccanici, nel quale il Tem fissa il minimo mensile lordo per ciascun livello, mentre il Tec risulta più elevato grazie alla tredicesima e ai benefit contrattuali.
E il dislivello medio si aggira intorno al 9-10% su base mensile equivalente, ma può pure aumentare notevolmente se si considerano anche i premi di risultato, i superminimi e le indennità. Il tutto a dimostrazione del fatto che il salario effettivo è una risultante complessa, costituita da più componenti e che, quindi, la sola paga base non è sufficiente a descriverlo.
Al tempo stesso però, emerge anche un problema evidente, in relazione a quei settori in cui queste componenti aggiuntive sono meno frequenti: lì, infatti, il divario tra minimo e complessivo si riduce sensibilmente, lasciando, dunque, più esposti i lavoratori che percepiscono basse retribuzioni.
Scritto da: Ferruccio Bovio
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