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Tra le principali novità introdotte dal decreto Primo Maggio, appena varato dal Consiglio del Ministri, spiccano la proroga dei bonus sulle assunzioni di giovani e donne e nell’area ZES. Bonus che però, troveranno applicazione solamente nei confronti degli imprenditori che rispettano i criteri del “salario giusto”: quello cioè, disciplinato dai contratti collettivi più rappresentativi.
Sono poi stati inseriti anche altri elementi innovativi, quali un mini adeguamento degli stipendi all’inflazione, maggiori tutele per i rider e un controllo più più sul livello delle retribuzioni in Italia.
Il punto più qualificante del decreto Primo Maggio è, comunque, quello che stabilisce un collegamento diretto tra gli incentivi pubblici e la qualità dei contratti di lavoro applicati. Il nuovo provvedimento introduce, infatti, il principio del cosiddetto “salario giusto”, definito anche come “il trattamento economico complessivo (Tec) stabilito dai contratti collettivi nazionali sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative”.
L’accesso agli incentivi per le assunzioni viene, pertanto, subordinato all’adozione dei contratti collettivi “maggiormente rappresentativi” ed escludendo, di conseguenza, le imprese che utilizzano contratti pirata, con livelli retributivi inferiori agli standard di settore.
Il riferimento si estende anche ai settori non coperti da contrattazione, nei quali si applica, quindi, il contratto più prossimo all’attività svolta.
Il concetto di “salario giusto” va, inoltre, ad inquadrarsi nel dibattito – ormai da lungo tempo in corso – sul “salario minimo legale”, nei cui confronti il governo Meloni ha sempre manifestato la sua contrarietà, sostenendo che una soglia fissata per legge, rischierebbe di andare indebolire il sistema dei contratti collettivi.
Diversamente, la ormai tradizionale proposta avanzata dai partiti di opposizione, punta su un salario minimo orario a 9 euro lordi l’ora, che però non dovrebbe sostituirsi ai contratti nazionali, ma limitarsi a prevedere una soglia minima di garanzia nei settori scoperti (o più deboli), con la finalità di ridurre, quindi, il cosiddetto “lavoro povero” senza, tuttavia, ridimensionare il ruolo della contrattazione collettiva.
Il Decreto comprende poi il rifinanziamento di un pacchetto di incentivi al lavoro che si attesta intorno al miliardo di euro. Si tratta del “bonus giovani” che prevede uno sgravio contributivo del 100% fino a 500 euro mensili per 24 mesi e che sale a 650 euro nelle aree della ZES unica (e cioè, in quella Zona Economica Speciale che comprende Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna).
Stesso schema viene, inoltre, adottato anche per il “bonus donne”, destinato alle assunzioni a tempo indeterminato di lavoratrici svantaggiate, con importi fino a 650 euro mensili, che salgono a 800 euro nella ZES. Gli aiuti sono riservati ai datori di lavoro privati e sono subordinati al rispetto dei requisiti occupazionali, con esclusione delle imprese che abbiano effettuato licenziamenti recenti.
Altro elemento distintivo del decreto Primo Maggio, è quello che va a corroborare anche il capitolo delle stabilizzazioni: infatti, dalla trasformazione di un contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato, scaturirà un beneficio che comporterà uno sgravio fino a 500 euro al mese per due anni.
Inoltre, tra le proroghe, figura pure l’estensione – fino al 2029 – della cosiddetta “isopensione”: ossia, dell’escamotage che consente alle imprese (con almeno 15 dipendenti) di accompagnare i lavoratori alla pensione fino a sette anni prima dei requisiti ordinari, con costi interamente a carico delle aziende.
Altra misura particolarmente rilevante del Decreto in questione è quella che riguarda i contratti collettivi scaduti, in merito ai quali, per ridurre i ritardi nei rinnovi, viene stabilito che, entro 12 mesi dalla loro scadenza, le retribuzioni devono essere adeguate al 30% dell’inflazione Ipca (Indice dei prezzi al consumo armonizzato), calcolata al netto dei prezzi energetici importati (e, dunque, più bassa dell’inflazione generale, soprattutto in un momento come questo di forte volatilità dei prezzi energetici).
Questa norma si applicherà ai contratti che scadranno da ora in avanti, mentre, per quelli già scaduti, il meccanismo entrerà in vigore dal 1 gennaio 2027. In ogni caso, l’adeguamento non potrà essere riconosciuto oltre un anno dalla scadenza del contratto.
Sul piano della trasparenza, gli annunci di lavoro dovranno indicare contratto e retribuzione, indicando un nuovo codice identificativo dei contratti collettivi nazionali che consentirà a INPS, ISTAT e CNEL di monitorare in modo integrato l’applicazione dei contratti e i livelli salariali effettivi.
Quanto al lavoro dei rider, il Decreto interviene stabilendo che, quando emergono elementi di controllo o eterodirezione – anche attraverso algoritmi – il rapporto di lavoro viene presunto come subordinato, salvo prova contraria. Le piattaforme saranno, pertanto, tenute a garantire trasparenza sugli algoritmi che regolano le assegnazioni ed i compensi, fornendo informazioni sulle decisioni automatizzate.
Scritto da: Ferruccio Bovio
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