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Da un’analisi pubblicata dalla Fondazione FIBA del sindacato bancario First – Cisl, è emersa la crescita continua ed eccezionale della redditività delle principali banche italiane.
La Fondazione ha, infatti, preso in esame i risultati ottenuti, nel primo trimestre 2026, dai cinque maggiori istituti di credito italiani (e cioè, Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM, Monte dei Paschi di Siena e BPER Banca).
Il risultato netto aggregato supera i 7 miliardi di euro, in crescita del 3,3% rispetto al primo trimestre 2025. A sostenere ulteriormente i risultati sono soprattutto i proventi operativi, in aumento del 3,7%, trainati dalla forte crescita delle commissioni nette (+4%), a conferma del progressivo rafforzamento delle attività legate al risparmio gestito.
Al tempo stesso, i costi operativi sono sotto controllo (-0,8%), con un costo del personale sostanzialmente stabile (+0,1%). Il cost/income (ossia il rapporto tra i costi operativi ed i ricavi generati) scende così al livello record del 37,3%, nettamente inferiore a quella che è la media stimata dei principali concorrenti europei (51%).
Inoltre, il rapporto tra costo del personale e proventi operativi si attesta al 23,3%, un livello che evidenzia ulteriormente la progressiva diminuzione del peso del lavoro nella distribuzione della ricchezza prodotta dal settore bancario.
Ed a questo proposito, lo studio della FIBA mette in risalto come, nel confronto con il primo trimestre 2025, continui la riduzione sia degli sportelli che degli occupati. Non a caso, le filiali diminuiscono di 375 unità (–3,1%), mentre i lavoratori si riducono di 4.729 unità (–2,1%).
Parallelamente continuano, invece, a crescere tutti i principali indicatori di produttività per dipendente. In particolare, il risultato di gestione pro capite aumenta del 9,7%, mentre le commissioni nette per dipendente crescono del 7%, confermando così come “i risultati record del settore siano sempre più sostenuti dalla professionalità, dalle competenze e dall’impegno delle lavoratrici e dei lavoratori bancari”.
Per quanto concerne il credito e la raccolta, il rapporto segnala come gli impieghi crescano del 4,4% rispetto all’anno precedente, anche se con una dinamica inferiore rispetto alla crescita del totale dell’attivo (+7,2%). Il rapporto tra crediti verso clientela e totale attivo scende così al 49,5%, in calo di 1,4 punti percentuali.
Resta, comunque, sotto controllo la qualità del credito: infatti, i crediti in Stage 2 (ossia quelli che, pur mostrando segnali di rischio, non sono ancora classificati come deteriorati) risultano leggermente in calo rispetto al 31 dicembre 2025 (-0,4%), mentre l’Npl ratio netto (formato dai crediti deteriorati che i debitori non riescono più a pagare) resta invariato all’1,2%.
La raccolta diretta registra un lieve incremento (+0,6%), mentre la raccolta indiretta è in flessione del 2,4%, andamento influenzato anche dalla volatilità dei mercati finanziari nel periodo.
L’analisi evidenzia, inoltre, anche un progressivo squilibrio nella distribuzione della ricchezza prodotta dal settore bancario. Infatti, negli ultimi quattro anni, il rapporto tra costo del lavoro e remunerazione degli azionisti si è drasticamente invertito: tanto è vero che, nel 2022, il costo del lavoro era pari ad oltre il 150% rispetto alla remunerazione del capitale, mentre nel 2025 si riduce a circa il 75%.
Questo perché il forte incremento di dividendi e soprattutto di buyback ha determinato una notevole rivalutazione del valore delle azioni delle cinque principali banche nazionali: basti pensare che l’indice di Borsa FTSE Italia Banche ha fatto registrare una crescita del 230% nel periodo 2022-2025. E si tratta di un andamento che conferma il crescente orientamento delle banche a privilegiare la remunerazione del capitale rispetto alla valorizzazione del lavoro.
Pertanto, a commento dei dati emersi da questo studio, il segretario generale nazionale della First – Cisl, Riccardo Colombani, ha sottolineato come non sia “accettabile che mentre aumentano ricavi e utili, continui a diminuire il peso del costo del lavoro sui proventi operativi e prosegua il taglio dell’occupazione”: serve pertanto “l’adeguata redistribuzione della ricchezza prodotta, come da rivendicazioni sindacali unitarie”.
Le banche – sempre secondo Colombani – devono, quindi, investire sul lavoro, “evitando che la trasformazione tecnologica diventi la scusa per comprimere ulteriormente i costi del personale e aumentare la remunerazione degli azionisti”.
Scritto da: Ferruccio Bovio
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