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Dal Rapporto “Italia Generativa”, giunto alla sua quarta edizione ed elaborato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore su impulso di Unioncamere, è emerso che, in Italia, sul piano del lavoro, il divario tra donna e uomo tende ad aumentare nel tempo, fino a toccare la percentuale del 28,7% per quanto concerne le pensioni.
Lo studio ha, dunque, focalizzato la sua attenzione sulla condizione femminile in Italia, analizzando disuguaglianze, maternità e carichi di cura lungo tutto l’arco della vita. Ne è emerso un sistema in cui i divari non solo persistono, ma si rafforzano progressivamente, incidendo su occupazione, redditi, natalità e sviluppo del Paese.
Pertanto, in Italia, le disuguaglianze di genere non rappresentano un fenomeno statico, ma piuttosto un processo che muta e si consolida nel tempo, quale risultante di un combinarsi di svariati fattori culturali, istituzionali e organizzativi che, alimentandosi reciprocamente, danno vita ad un circolo vizioso difficile da interrompere con interventi settoriali. Se, infatti, al momento dell’ingresso nel mercato del lavoro il divario può apparire meno vistoso, è poi nel corso della vita professionale che tende ad ampliarsi progressivamente, fino a concretizzarsi in un gap pensionistico del 28,7% a sfavore delle donne.
“Italia Generativa” si domanda, quindi, come mai oggi, nonostante le donne rappresentino sempre di più un pilastro fondamentale della società italiana (nel lavoro produttivo e imprenditoriale, nei servizi e nelle amministrazioni, nelle attività intellettuali e culturali), il loro apporto alla ricchezza e allo sviluppo del Paese continui, invece, a rimanere ancora “largamente nascosto e disconosciuto”, finendo per divenire impercettibile nelle strutture del potere, nei criteri di valutazione economica e nelle priorità dell’agenda pubblica.
E la risposta viene, innanzitutto, dal fatto che le donne stesse non vivono una condizione uniforme. Differenze di reddito, risorse e contesto determinano, infatti, percorsi molto diversi. Ad esempio, le donne che dispongono di maggiori risorse riescono a compensare le carenze del sistema attraverso soluzioni individuali. Al contrario, quelle più fragili – spesso con lavori instabili o a bassa retribuzione – sono costrette a scelte limitanti fin dalla giovane età, con effetti duraturi su autonomia e carriera.
A livello territoriale, nel Mezzogiorno il tasso di mancata partecipazione femminile al lavoro supera il 25% in diverse regioni, fino a raggiungere il 38,3% in Calabria e il 36,8% in Campania, mentre nel Nord scende sotto il 10% (3,8% nella Provincia autonoma di Bolzano, 6,6% a Trento, 7,8% in Veneto, 8,3% in Lombardia).
Ed anche le retribuzioni seguono lo stesso andamento, passando dai 28.603 euro medi annui a Milano a poco più di 10.000 euro in alcune province del Sud, come Vibo Valentia, con 10.463 euro. Ma il divario si riscontra pure nella distribuzione del lavoro familiare, con le donne che svolgono il 61,6% del totale, quota che sale al 70,4% nel Sud e al 68,4% nelle Isole.
Un altro aspetto segnatamente critico è quello che concerne il rapporto tra maternità e lavoro, che non cessa di rappresentare un passaggio spesso molto problematico per le carriere femminili. Infatti, la nascita di un figlio, più che un evento previsto e integrato nei percorsi professionali, si configura sovente come un momento di discontinuità, che comporta rallentamenti o ridimensionamenti delle traiettorie lavorative.
Accanto alla maternità, crescono, inoltre, anche gli oneri legati alla cura degli anziani. Tanto è vero che, nel nostro Paese, il 58% delle attività di cura è rivolto a genitori o suoceri, contro l’8% destinato ai figli. Si configura, in tal modo, quella che il rapporto definisce una “doppia morsa”, che coinvolge soprattutto le donne nella fase centrale della loro vita lavorativa, limitandone, di conseguenza, opportunità e progressione di carriera.
Si tratta, pertanto, di disuguaglianze che si rafforzano lungo tutto il ciclo di vita: minori salari, carriere più lente e discontinue, minore accesso a ruoli apicali e maggiore concentrazione in settori meno tutelati. E il risultato di tutto ciò non può che essere quello di uno “svantaggio cumulativo” che aumenta la vulnerabilità economica, soprattutto nelle fasi più fragili della vita.
Tra l’altro, a complicare questo stato di cose, concorrono anche le inadeguatezze del sistema di welfare. Basti pensare che, nel 2024, i bambini iscritti all’asilo nido raggiungevano il 39%, in linea con la media UE, ma ancora lontani da Paesi come Francia (circa 60%) e Spagna (55%).
Anche a questo proposito si rilevano forti divari territoriali: si passa dal quasi 50% di copertura in Emilia-Romagna a circa il 23% in Calabria. È quindi evidente come la carenza di servizi e il limitato utilizzo dei congedi parentali da parte degli uomini contribuiscano a mantenere squilibrata la distribuzione dei carichi di cura. D’altra parte, le disuguaglianze – come è noto – si costruiscono anche all’interno delle coppie, dove le decisioni quotidiane sulle traiettorie di carriera generano inevitabilmente effetti cumulativi che continuano ad alimentare il divario di genere.
Scritto da: Ferruccio Bovio
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