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today18 Agosto, 2026
Dall’ultimo Rapporto dell’ILO (l’Organizzazione Mondiale del Lavoro) sull’occupazione giovanile, è emerso che la lieve ripresa che – appena superata la fase pandemica – aveva caratterizzato l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro giovanile si è fermata. Infatti, l’effetto combinato del rallentamento della crescita economica mondiale, della riduzione delle opportunità di lavoro, delle tensioni geopolitiche e del rapido cambiamento tecnologico, stanno sempre più complicando il passaggio dalla scuola al lavoro per molti giovani.
Pertanto, dopo aver raggiunto nel 2023 il livello più basso degli ultimi vent’anni, il tasso globale di disoccupazione dei giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni è tornato a salire leggermente, attestandosi al 12,4 % nel 2025, corrispondente a 67 milioni di giovani disoccupati nel mondo. Anche la quota globale di giovani NEET (quelli che cioè non lavorano, non studiano e non sono inseriti in percorsi di istruzione o formazione) è tornata ad aumentare, passando dal 19,7 % nel 2023 al 20 % nel 2025. E la cosa comporta un aumento di 9 milioni di giovani NEET rispetto al 2023, per un totale di 257 milioni nel 2025. Si tratta di una situazione davvero preoccupante, dal momento che coinvolge un numero crescente di giovani la cui disconnessione dal mondo del lavoro è sempre più difficile da contrastare.
A differenza delle precedenti edizioni del Rapporto sulle Tendenze mondiali dell’occupazione giovanile – nelle quali gli andamenti dei principali indicatori del mercato del lavoro mutavano notevolmente tra le varie sotto regioni – in quest’ultima è stato, invece, rilevato, a livello mondiale, un peggioramento pressoché generale delle prospettive di ingresso nel mondo del lavoro negli ultimi due anni. Non a caso, tra il 2023 e il 2025, il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato in 8 delle 11 sotto regioni: sia nei Paesi ad alto reddito, che in quelli a reddito medio-basso e a basso reddito.
Gli incrementi più vistosi sono stati riscontrati nell’Africa settentrionale, nell’America settentrionale e nell’Europa settentrionale, meridionale e occidentale. Solo l’America Latina e i Caraibi si sono distinti come l’unica regione in cui a diminuire sono stati sia il tasso di disoccupazione giovanile, che il tasso di NEET: anche se un’analisi più approfondita ha rivelato che tali risultati sono in parte dovuti alla riduzione della popolazione giovanile. A livello di genere, permangono i divari tradizionali, con la componente maschile della popolazione giovanile che continua a godere di un vantaggio per quanto concerne l’ingresso nel mercato del lavoro.
Pure la componente dei NEET è caratterizzata da una prevalenza femminile in quasi tutte le sotto regioni del Pianeta. Infatti, anche nel 2025, oltre due giovani NEET su tre erano donne. In particolare, con un tasso del 27,4 %, il tasso di NEET tra le giovani donne era più che doppio rispetto a quello delle loro controparti di sesso maschile (13,1 %). Inoltre, a livello globale, l’aumento del tasso dei NEET dal 2023 è stato leggermente più marcato per le ragazze che per i ragazzi (rispettivamente +0,5 e +0,2 punti percentuali), ampliando così ulteriormente il divario di genere.
Divario di genere che però, tra i giovani occupati, si è invece ridotto – sia pure in maniera poco significativa – visto che comunque, sempre nel 2025, il tasso di occupazione dei ragazzi (43,3 %) rimaneva ancora di quasi 13 punti percentuali superiore a quello delle ragazze (30,6 %). E non si tratta di un divario riconducibile a difformità nell’accesso all’istruzione, dato che i tassi di iscrizione scolastica per entrambi i sessi sono ormai sostanzialmente equivalenti, bensì alla maggiore probabilità che le giovani donne si trovino in condizione di NEET a causa dell’inattività non collegata all’istruzione o formazione, ma all’impegno in responsabilità di cura non retribuita, alla discriminazione nell’impiego e nella professione e all’accesso limitato a un’occupazione di qualità. Sono, dunque, queste le cause che continuano a penalizzare la partecipazione al mercato del lavoro delle giovani donne, in particolare negli Stati arabi, nell’Africa settentrionale e nell’Asia meridionale.
Quanto alla situazione italiana, il Rapporto in questione segnala che, nel nostro Paese, ci sono quasi quattro giovani disoccupati per ogni adulto sopra i 25 anni in cerca di lavoro. Più in dettaglio, nella fascia 15-29 anni il tasso di disoccupazione giovanile italiano si colloca al 14,4%, contro una media dell’Unione europea dell’11,6%. E la distanza di quasi tre punti indica una difficoltà strutturale nell’assorbimento delle nuove generazioni, in un’Italia che invecchia rapidamente e che riduce ogni anno la propria popolazione in età da lavoro.
Nel 2025, il 31,3% dei dipendenti tra i 15 e i 29 anni ha un contratto a termine, mentre il 61,4% dei giovani lavora part-time perché non ha trovato posti a tempo pieno. La quota di NEET, negli ultimi dieci anni, è comunque scesa dal 25,7% al 13,3%: un dimezzamento assai rilevante, dopo che, per anni, l’Italia si era collocata in coda alle classifiche europee. Lo studio dell’Organizzazione Mondiale del lavoro sottolinea però anche il fatto che l’ingresso nel mercato del lavoro resta ancora più difficile per le nuove generazioni del Mezzogiorno, dove sottoccupazione e contratti brevi incidono maggiormente rispetto al resto del Paese.
Di conseguenza, affiorano, in tal modo, due tendenze parallele: la prima riguarda positivamente la riduzione dei NEET, mentre la seconda conferma la persistenza di forme di lavoro instabili anche per chi ha completato il ciclo di studi superiore o universitario. Ed a questo proposito, è sempre il Rapporto ILO a segnalare come, tra il 2014 e il 2023, l’Italia abbia perduto – per emigrazione all’estero – circa 367mila persone nella fascia 25-34 anni, delle quali quasi il 40% in possesso di una laurea. Ed è chiaro come l’uscita di certi profili professionali finisca, inevitabilmente, per sottrarre capitale umano che sarebbe, invece, utile per alimentare l’innovazione, la produttività e lo sviluppo, in un Paese già sofferente per la crisi demografica.
Scritto da: Ferruccio Bovio
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