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In occasione della Giornata del Made in Italy che si è svolta a Roma (Palazzo Piacentini) mercoledì 15 aprile, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi e l’Associazione Marchi Storici d’Italia hanno promosso l’evento istituzionale “Mille Marchi Storici d’Italia per il futuro del Made in Italy”.
L’iniziativa ha rappresentato un momento di particolare rilievo dedicato alla celebrazione del traguardo dei 1.000 Marchi Storici di Interesse Nazionale attualmente iscritti nel Registro speciale ed alla valorizzazione del contributo che le imprese che ne sono titolari offrono allo sviluppo economico, culturale e territoriale del Paese.
Tra l’altro, nel corso dell’evento, è stato presentato anche il nuovo strumento finanziario destinato allo sviluppo dei Marchi Storici, introdotto nel quadro della Legge annuale sulle piccole e medie imprese, che rappresenta un’evoluzione del Fondo Salvaguardia Imprese ed offre, oggi, nuove opportunità per la crescita, il consolidamento e il rafforzamento delle filiere produttive.
Quello dei Marchi Storici costituisce un sistema che è composto da 780 imprese titolari che generano un volume d’affari complessivo di 93,6 miliardi di euro e che forniscono l’occupazione a 363.201 addetti. E l’anima di questo affascinate mondo è quella rappresentata dalle cosiddette “4 A” del Made in Italy (e cioè, Agroalimentare, Automazione, Abbigliamento, Arredo), le quali, da sole, valgono, infatti, 76,1 miliardi di euro (ossia l’81,3% del totale economico rilevato), con una netta prevalenza della filiera agroalimentare (con 53,7 miliardi euro).
A livello territoriale, la distribuzione regionale conferma la forza dei poli manifatturieri del Nord, con la Lombardia a guidare la classifica per fatturato (49,1%) e numero di marchi (28,3%), seguita da Veneto (14,2%) e Piemonte (12,9%). Ad emergere è, comunque, anche un radicamento profondo in tutto il Paese, con sistemi regionali come l’Emilia-Romagna, il Veneto e la Toscana che rivelano una incidenza delle “4 A” vicina o, talvolta, superiore all’80%.
Per quanto concerne poi il piano più strettamente settoriale, il Registro denota una natura strutturalmente industriale: infatti, l’88% delle imprese iscritte opera nel manifatturiero, dove sono l’Agroalimentare (44% del totale) e l’Automazione-Meccanica (25%) a svolgere il ruolo di elementi economici e numerici fondamentali.
Inoltre, l’80% delle imprese assegna al Marchio Storico un valore strategico elevatissimo. E non a caso, il 70% di esse lo integra nei materiali istituzionali e il 46% direttamente sul packaging. Inoltre, nonostante l’uso della versione internazionale di “Italian Historical Trademark” sia ancora limitato al 25% delle aziende titolate ad esibirlo, quasi la metà di esse (46%) ne prevede un utilizzo futuro, quale efficace strumento di contrasto all’italian sounding, a testimonianza di una forte volontà di crescita sui mercati globali.
E proprio a questo proposito, l’Associazione ha ribadito la sua fiducia nel fatto che l’adozione sempre più diffusa dell’Italian Historical Trademark contribuisca ad una sempre più impegnata valorizzazione dell’heritage, specialmente tra i giovani imprenditori ed i manager che hanno oggi la responsabilità di “trasformare il patrimonio industriale italiano in una leva di sviluppo, con nuove competenze, nuovi linguaggi e una maggiore apertura internazionale”. È, infatti, anche attraverso questo modo che i Marchi Storici potranno “continuare a essere protagonisti anche nei prossimi decenni”.
Più in generale – come ha spiegato la presidenza dell’Associazione – Il Rapporto presentato il 15 aprile segnala, in maniera inequivocabile, che i Marchi Storici non costituiscono soltanto un patrimonio identitario, ma rappresentano pure una componente strutturale dell’economia italiana. Si tratta, infatti, di imprese “radicate nei territori, capaci di generare valore economico e occupazione e di presidiare, quindi, le principali filiere del Made in Italy”.
Al tempo stesso però, ad emergere è anche l’esigenza di accompagnare questo prezioso patrimonio in una nuova fase di sviluppo: le imprese chiedono, pertanto, “maggiore visibilità, strumenti di valorizzazione condivisi e una più forte capacità di fare sistema, anche sui mercati internazionali. Ed è su questo passaggio che si gioca la competitività futura dei Marchi Storici”.
Scritto da: Ferruccio Bovio
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