Economia

Al Sud un mese di lavoro in meno rispetto al Nord?

today10 Settembre, 2026

Sfondo

La differenza tra Nord e Sud: La consueta analisi settimanale realizzata dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre, questa volta mette in risalto il fatto che, in Italia, nel 2024, si è lavorato mediamente 246,5 giorni all’anno, anche se il dato nasconde una netta difformità a livello territoriale.

Infatti, al Nord la media si attestata su 255 giorni all’anno, mentre nel Mezzogiorno si è fermata a 228: una differenza di 27 giornate lavorative che, quindi, equivalgono a quasi un mese di lavoro in più, ogni anno, per i lavoratori settentrionali.

Il divario nelle retribuzioni e nella produttività

E pure sul fronte delle retribuzioni si registra un divario significativo, visto che la paga media giornaliera ha raggiunto i 108 euro al Nord, rispetto agli 80 euro del Sud, per un differenziale che è, dunque, risultato del 36 per cento a favore dei lavoratori del Nord.

Si tratta – spiega la CGIA – di “una distanza che si riflette anche sulla produttività che, al Nord è, infatti, stata superiore del 36 % rispetto al Mezzogiorno.

Il quadro finisce così per rappresentare uno dei principali squilibri strutturali dell’economia italiana, in cui le differenze nei giorni lavorati, nelle retribuzioni e nella produttività finiscono per alimentarsi reciprocamente.

Perché al Sud si lavora meno giorni?

Ma perché – voene da chiedersi – il numero di giornate lavorative nel Mezzogiorno risulta inferiore rispetto al Settentrione?

A questa domanda, gli analisti mestrini rispondono avvertendo che non bisogna dimenticare che si sta parlando di un monte ore annuo che va rapportato al numero di occupati e che, quindi, il dato più basso relativo al Sud è dovuto essenzialmente a tre fattori: ossia, 1) ad una maggiore diffusione della precarietà, 2) ad un ricorso più frequente al part time involontario e 3) ad una componente rilevante di lavoro stagionale (nel turismo e nell’intrattenimento).

Il lavoro nero e le ore non conteggiate

Va, pertanto, evitata la semplicistica conclusione, secondo la quale al Sud si lavorerebbe meno per una minore propensione al lavoro. Tra l’altro, una lettura del genere non terrebbe conto di un altro elemento assolutamente rilevante: e vale a dire della diffusione del lavoro nero che, nel Mezzogiorno, raggiunge dimensioni tutt’altro che trascurabili. Ovviamente, trattandosi di lavoro illegale, queste ore non vengono conteggiate nel monte ore ufficiale.

Ne consegue che i dati ufficiali sottostimano le ore effettivamente lavorate, poiché una parte del lavoro svolto rimane escluso dalle statistiche. Più che di una minore quantità di lavoro, stiamo, quindi, parlando di condizioni occupazionali più fragili e meno regolari.

Le province con più giornate lavorate

A livello provinciale è Lecco a registrare il numero medio di giornate retribuite più elevato d’Italia (265,4). A seguire, vengono Biella (263,9), Vicenza (263,4), Monza-Brianza (263,3) e Lodi (262,8): e si tratta di realtà territoriali storicamente ad alta vocazione manifatturiera, nelle quali, in generale, le imprese di media e grande dimensione lavorano a ciclo continuo.

In coda alla classifica nazionale si collocano, invece, Rimini (con 212 giornate), Nuoro (con 205) e Vibo Valentia (con 195).

Lavoro povero e continuità dell’occupazione

I lavoratori dipendenti – chiarisce sempre la CGIA -vanno distinti in base a due elementi fondamentali, che sono l’intensità del lavoro (tempo pieno o part time) e la continuità dell’occupazione durante l’anno: pertanto, “in merito ai cosiddetti lavoratori poveri, nella maggior parte dei casi il problema non è il salario orario troppo basso, ma il fatto che si lavora poco durante l’anno o per un numero insufficiente di ore settimanali” .

Il dibattito sul salario minimo

Con questa affermazione, l’Associazione degli artigiani veneti entra, di fatto, nel dibattito relativo al “salario minimo”, sostenendo che “intervenire esclusivamente sulla paga oraria rischia di non essere sufficiente per favorire la giusta retribuzione”: se, infatti, un individuo lavora poche ore a settimana o solo per alcuni mesi l’anno, il “problema del reddito insufficiente può persistere anche in presenza di una paga oraria più elevata”.

Per queste ragioni, la CGIA sollecita l’adozione di politiche mirate a favorire l’occupazione stabile, la continuità lavorativa e la trasformazione dei rapporti part-time involontari in contratti a tempo pieno, oltre agli interventi sulla produttività dei settori più fragili.

La contrattazione di secondo livello

Ed a questo proposito – continua l’analisi in questione – è importante attivarsi per diffondere maggiormente la contrattazione di secondo livello, in modo tale da premiare il raggiungimento di obbiettivi di produttività, anche ricorrendo ad accordi diretti tra gli imprenditori e i propri dipendenti.

Naturalmente, su questo argomento, non mancano le voci critiche, secondo le quali un eccessivo decentramento delle contrattazioni rischierebbe di indebolire le tutele minime garantite dai contratti nazionali e di ampliare il divario tra grandi e piccole imprese o tra diverse aree del Paese.

Tesi, queste ultime, che però la CGIA considera più come una difesa del centralismo sindacale, che una tutela reale dei lavoratori.

La diffusione della contrattazione di secondo livello

Al momento, nel nostro Paese, la diffusione della contrattazione di secondo livello è ancora molto limitata, tanto è vero che coinvolge solo 4,2 milioni di lavoratori dipendenti del settore privato, corrispondenti ad appena il 26 % del totale. Di questi, 3,1 milioni sono interessati da contratti aziendali e 1,1 milioni da contratti territoriali.

Uno strumento per rispondere ai cambiamenti del mercato

Infine, un ulteriore punto di forza della contrattazione di secondo livello è – sempre a giudizio della CGIA– la “sua capacità di intervenire più rapidamente rispetto ai tempi, spesso lunghi, dei rinnovi contrattuali nazionali: uno strumento concreto che permette alle imprese di rispondere ai cambiamenti del mercato, dalla definizione di premi di produttività al welfare aziendale, fino a nuove forme di organizzazione del lavoro e degli orari”.

In sintesi

  • Nel 2024 in Italia si è lavorato mediamente 246,5 giorni all’anno, con una forte differenza tra Nord e Mezzogiorno.
  • Al Nord sono state registrate 255 giornate lavorative, contro le 228 del Sud: una differenza di 27 giorni.
  • La paga media giornaliera è stata di 108 euro al Nord e 80 euro al Sud, con un divario del 36%.
  • La CGIA indica tra le priorità occupazione stabile, maggiore continuità lavorativa e diffusione della contrattazione di secondo livello.

FAQ

Perché al Sud si lavora meno giorni rispetto al Nord?
Secondo la CGIA, incidono soprattutto precarietà, part time involontario e lavoro stagionale.

La contrattazione di secondo livello può aumentare i redditi?
Può contribuire attraverso premi di produttività, welfare aziendale e forme più flessibili di organizzazione del lavoro.

Scritto da: Ferruccio Bovio

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